Dal centro studi di Confimprese

Retail made in Italy all'estero: nel 2021 390 aperture e 128 chiusure, solo 54 opening moda

È una fotografia in chiaroscuro quella che emerge dalle ultime rilevazioni del Centro studi retail Confimprese sull’internazionalizzazione delle aziende italiane e sui piani di sviluppo stimati per l’anno in corso. Il 77,1% delle imprese pianifica opening internazionali, ma il settore moda è più cauto di design e beauty.

Su un panel di circa 40 realtà rispondenti di medie e grandi dimensioni, la previsione è pari a 390 aperture e 128 chiusure, che porta il delta a 262 nuove aperture. È un quadro generale che riflette la situazione pre-pandemica: nel 2020 i punti vendita delle imprese associate presenti all’estero erano 3620, di cui 2.491 nel non food, 620 nell’abbigliamento e accessori, 509 nella ristorazione.

Il settore con prospettive migliori è il non food, con 292 aperture: in testa immobiliare, make-up e cura persona, arredo casa, comparti che anche in Italia sono stati soggetti a un regime meno restrittivo delle misure di contenimento del virus.

Seguono molto distanziati l’abbigliamento e accessori con 54 punti vendita e la ristorazione con 44, numeri irrisori che segnalano un momento di stallo preoccupante per due settori fondamentali del made in Italy.

«La previsione di aperture sui mercati esteri - dichiara Mario Resca, presidente Confimprese - denota la necessità del retail di proseguire nello sviluppo delle reti distributive per conquistare quote di mercato in Paesi come il Sud-est asiatico e il nord America, dove permane l’interesse per i prodotti iconici del made in Italy. Le imprese hanno beneficiato anche della crescita dei prestiti Sace, che nel 2020 ha mobilitato risorse per 46 miliardi raddoppiando i volumi del 2019 a supporto dell’internazionalizzazione delle imprese e sostenendo circa 15mila imprese di medie e piccole dimensioni».

Nelle 128 chiusure di esercizi commerciali dichiarate per il 2021, 63 sono di abbigliamento e accessori. Un segnale che arriva dalla volontà dei retailer di concentrarsi su Paesi che sembra stiano reagendo meglio alla crisi.

Abbigliamento e accessori si focalizzano su Arabia Saudita, Russia, Egitto, Azerbaijan, Marocco, dove il valore del marchio del made in Italy è un asset che attrae i consumatori locali.

an.bi.
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