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François-Henri Pinault (Kering): «Heritage e artigianalità non bastano. Bisogna emozionare»

Se in passato i concetti chiave del lusso erano l'heritage e l'artigianalità, oggi questi due valori sono ancora in auge, ma non più sufficienti a far sognare le persone. Ne è convinto François-Henri Pinault (nella foto), presidente e ceo di Kering, che aggiunge: «Ci vuole l'emozione che scaturisce dalla creatività».

 

In un lungo botta e risposta con Maria Silvia Sacchi - pubblicato oggi (25 settembre) su L'Economia, supplemento del Corriere della Sera -, il patron del colosso transalpino definisce il momento attuale «molto interessante. La base dei clienti e il loro comportamento stanno cambiando e questo sta modificando l'intero settore».

 

Pinault dice questo con cognizione di causa: «Se guardo ad alcuni dei miei marchi maggiori - spiega - vedo che le vendite nel mondo a persone sotto i 35 anni rappresentano quest'anno il 56% dei ricavi di Gucci e il 65% di Saint Laurent e Balenciaga. Una classe di età che arriva al lusso prima della generazione che l'ha preceduta».

 

Come emerge dal bilancio aziendale pubblicato dal quotidiano milanese, nel primo semestre 2017 (chiuso per Kering con ricavi a quota 7,29 miliardi di euro, +26,5% a cambi costanti sui 5,69 miliardi dell'analogo periodo 2016) è continuato l'exploit di Gucci, che si è portato da 1,95 a 2,83 miliardi, con un balzo del 43,4%, mentre Yves Saint Laurent è passato da 547,9 a quasi 711 milioni, +28,5%. Performance che hanno messo le ali alle vendite complessive della divisione lusso, aumentate sempre a cambi costanti del 28,3%, da 3,87 a oltre 5 miliardi di euro.

 

Trasformatasi da Ppr a Kering nel 2013, già nel 2011 la realtà francese ha iniziato a cambiare pelle: «Da gruppo che possedeva marchi di lusso ci siamo trasformati in un gruppo del lusso, che è una questione completamente diversa. Siamo totalmente integrati adesso e questo fa sì che l'interazione con ogni marchio sia più forte, in termini sia di sostegno, che di sfide da cogliere».

 

Sfide che però non riguardano eventuali acquisizioni, che Pinault smentisce in modo categorico, ricordando come avere tre brand sopra il miliardo di euro («e probabilmente altri due o tre nei prossimi 10 anni») lo tenga lontano anche da "tentazioni" quali entrare nel settore degli hotel o delle auto. Il rischio, sottolinea, sarebbe diluire i marchi stessi.

 

Nel Q&A il patron di Kering affronta altri argomenti: per esempio, la forza di basarsi su un "made in" italiano e francese, in quanto player europeo e non americano o di un'altra provenienza.

 

Ma anche la "mutazione genetica" della figura dell'imprenditore, che in passato si assumeva rischi legati fondamentalmente alla sua attività e «oggi ha anche un ruolo sociale»: è il mercato stesso, soprattutto i giovani, a chiederlo e il successo di chi guida una grande azienda passa anche attraverso la responsabilità e la sostenibilità, oltre all'innovazione. A questo proposito, è in dirittura d'arrivo un centro a Novara focalizzato sui materiali, «con 3mila tessuti accessibili a tutti i nostri marchi».

 

Accennando infine all'impegno a favore delle donne, Pinault ribadisce: «Ciò che fa durare nel tempo un'azienda è la forza della sua cultura. E la forza della sua cultura dipende da quanto è sincera».

 

Recentemente Kering ha stilato insieme al competitor Lvmh un regolamento comune per combattere l'anoressia in passerella. «I marchi sono ora direttamente responsabili delle modelle che fanno sfilate, non possono più dire che la scelta è stata dell'agenzia» spiega François-Henri, cogliendo la palla al balzo per fare chiarezza sui casi Balenciaga e Yves Saint Laurent, brand che erano stati messi in discussione il primo per aver trattato in modo non etico le modelle e il secondo per una controversa campagna pubblicitaria, dove appariva una ragazza troppo magra.

 

In entrambi i casi la regola è stata «Dobbiamo muoverci e in fretta» e, almeno per Balenciaga, qualcuno - nella fattispecie i direttori del casting - ci ha rimesso il posto di lavoro. Altre intese con Lvmh non sono da escludere, «se aiutano l'industria».

 

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