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L’export di calzature italiane non vola nel 2016: -1% in quantità e +2,6% in valore

Più ombre che luci per la calzatura made in Italy nel 2016. I dati di preconsuntivo (relativi ai primi dieci mesi dell’anno) parlano di una flessione dei livelli produttivi del 2%. Se le quantità diminuiscono, aumenta dello 0,3% il valore, a causa dell’incremento del 3,7% del prezzo medio, che si attesta a 42,29 euro al paio.

 

L’export non brilla nell’anno appena concluso: fa registrare un -1% in quantità e un +2,6% in valore. «A determinare questa situazione la profonda crisi dell’area Csi che, sebbene mostri i primi tangibili segnali di ripresa, è ancora sotto del 40% ai livelli pre-crisi del 2013. Concorrono inoltre lo scarso dinamismo dell’Ue e il fatto che i consumi delle famiglie italiane siano ancora fermi», ha sottolineato alla conferenza stampa di presentazione di TheMicam, Tommaso Cancellara, a.d. e direttore generale di Assocalzaturifici.

 

In Europa, in particolare, la Francia ha subito una battuta d’arresto (-1,2% in valore, -5,7% in quantità), mentre la Germania, la Spagna e la Gran Bretagna (dove l’effetto della Brexit ancora non si è visto) tengono o migliorano sul fronte della propensione all’acquisto di scarpe made in Italy.

 

L’area russa, importantissimo bacino di sbocco per le nostre produzioni, mostra segnali contrastanti, con l’Ucraina in rimonta (+28,7% in valore e +44,2% in quantità), il Kazakistan in flessione (-21,6% in valore, -15,6% in quantità) e la Russia in progressione ma più sulle quantità (+9,9%) che sul valore (-6,1%) delle calzature acquistate.

 

Gli Usa preoccupano: si registra una battuta d’arresto (-3,6% in valore, -5,2% in quantità), soprattutto negli ultimi tre mesi dell’anno. Dal Far East arrivano invece buone notizie: +6,5% in valore e +4,1% in quantità. Il Medio Oriente soffre con un -4,9% in valore e un -15,5% in quantità.

 

Sicuramente nell'anno appena trascorso il comparto ha sofferto: 97 calzaturifici hanno chiuso nel 2016 e la cassa integrazione per gli occupati è salita di oltre il 10%. Il saldo commerciale del settore rimane attivo e si attesta a 3,47 miliardi di euro nei primi dieci mesi del 2016. Le previsioni degli imprenditori sui prossimi mesi sono orientate alla stabilità.

 

 

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