I fornitori non vanno lasciati soli

GlobalData: «La riapertura delle fabbriche di abbigliamento deve procedere con cautela»

Mentre le fabbriche di abbigliamento in tutto il mondo cominciano a rimettersi in moto dopo la fase di lockdown, è fondamentale che le attività produttive procedano con cautela e che ricevano il supporto necessario per farlo in modo sicuro. Per questo non è pensabile che siano solo i fornitori a sostenere il peso di questa situazione. Lo sottolinea la società di dati e analisi GlobalData.

Per milioni di lavoratori in difficoltà in alcuni dei Paesi più poveri del mondo, la ripresa delle attività nelle fabbriche è un'ancora di salvezza. In parallelo è anche il frutto di forti pressioni finanziarie, visto il gran numero di ordini abbandonati dai clienti al dettaglio e dai brand, che si accompagna a pagamenti annullati o differiti.

«I fornitori devono già affrontare ostacoli finanziari e pratici sostanziali per riavviare la propria attività, ma ciò è aggravato dalla necessità e dai costi aggiuntivi necessari per apportare le modifiche e gli adeguamenti necessari a mantenere i lavoratori al sicuro», spiega Leonie Barrie, analista specializzato nel settore abbigliamento presso GlobalData.

Alcuni produttori forniscono ai lavoratori maschere e altri dispositivi di protezione individuale (Ppe), mentre organizzazioni come l'International Labour Organization (Ilo) hanno dato istruzioni precise da seguire. Si parla di depuratori d'aria, postazioni di lavaggio delle mani, controlli della temperatura, disinfezione delle scarpe, turni frazionati per ridurre contemporaneamente il numero di persone in fabbrica e riorganizzazione degli spazi di lavoro e delle aree mensa per mantenere gli addetti a sei piedi di distanza.

«Le proposte sembrano sensate, ma tali misure di sicurezza possono essere molto difficili da attuare data la dimensione di molti impianti di produzione e la loro frequente ubicazione in aree urbane densamente popolate e residenziali – prosegue Barrie -. In una fabbrica con 2.000 lavoratori occorrerebbero due ore per fare entrare tutto il personale nell'edificio se fossero presenti dieci stazioni di lavaggio delle mani. Allo stesso tempo, se i lavoratori formassero una fila socialmente distanziata, questa si snoderebbe lungo oltre un miglio».

Un altro aspetto da considerare è che, a causa delle misure di distanziamento sociale, una fabbrica potrebbe non essere in grado di accogliere tutti i lavoratori al suo interno, il che comporterebbe un ulteriore onere per l'impresa e i dipendenti.

«L'input dei produttori è fondamentale per garantire che i nuovi metodi lavorativi siano applicabili in situazioni diverse – chiarisce Barrie -. Contemporaneamente i brand devono fare la loro parte, provvedendo al saldo della merce ricevuta e in produzione quando è scoppiata l'emergenza sanitaria. Dovrebbero inoltre essere pronti a offrire assistenza pratica e persino un sostegno finanziario, per garantire che le misure di sicurezza siano effettivamente attuate».

«Lasciare che siano solo i fornitori a farsi carico di una lunga serie di requisiti di sicurezza non dovrebbe essere un'opzione possibile - conclude -. È nell'interesse di tutti garantire che siano attuate misure per cercare di prevenire una riacutizzazione di infezioni che aggiungerebbero ulteriore stress a una catena di fornitura di abbigliamento che si è già fratturata».

c.me.
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