Il debutto della collezione zero alla Milano Fashion Week

Fausto Puglisi: «Forti, liberi, fieri. Ecco i cittadini dei nuovi Stati Uniti di Cavalli»

«Una federazione di stati uniti da una bandiera maculata a stelle e strisce e popolati da cittadini fieri, liberi, forti, in grado di essere ciò che vogliono, senza confini né connotazioni»: così Fausto Puglisiha immaginato la nuova Roberto Cavalli, di cui ha preso in mano il timone creativo e che viene presentata nei giorni della Milano Fashion Week. Lo stilista è pronto con la collezione zero della griffe, oggi in fase di rilancio sotto l’egida della Damac Propertiesdi Dubai, nuova proprietaria dal 2019. Una visione inedita, che interpreta l’heritage Cavalli con uno sguardo più ampio e inclusivo, sexy ma anche all’opposto, per una donna moderna, che viaggia e lavora, libera e senza connotazioni. Un concetto di fluidità che abbraccia anche il menswear e che apre le porte a un universo senza barriere, in cui si mescolano età, generi, fisicità e culture diverse. «Stiamo lavorando sodo per riportare la collezione “back on track” come ai tempi d’oro, quando il mondo Cavalli era l’incarnazione di un sogno», spiega Puglisi a fashionmagazine.it.

Qual è il suo feeling alla vigilia del debutto alla Milano Fashion Week?
Questo esordio è il frutto di un periodo molto intenso: la collezione è nata in sei settimane. Per me ha rappresentato un’esplorazione entusiasmante nel periodo d’oro di Roberto Cavalli visto sotto la mia lente, passionale e autentica. 

La collezione sarà presentata durante la Milano Fashion Week con degli appuntamenti privati. Come mai non avete optato per un evento digital?
In realtà si tratta di un’edizione zero, nata sulla scia del grande entusiasmo del general manager Ennio Fontana, della proprietà e di tutto il team e nonostante le difficoltà legate alla pandemia. Aspettiamo il risveglio di Milano, quando la città si ripopolerà. Allora ci sarà il vero debutto. Ora sentiamo il bisogno di condividere e far capire il nuovo percorso, che presentiamo nella showroom di via Bagutta.

Cosa si aspetta da questa nuova avventura con Cavalli?
Sono entrato in un momento di grande difficoltà per un marchio con una memoria storica molto vicina ai nostri giorni, a cui vogliamo imprimere un cambiamento reale per riportarla quanto prima “back on track”. Sono serio e sereno. So che c’è bisogno di lavorare sodo, step by step, e per fortuna possiamo contare su un team eccezionale, in cui spiccano figure come il general manager Ennio Fontana e la nuova marketing director Antonella Leoni. Vogliamo costruire una squadra anche negli Usa, il mercato numero uno negli anni d’oro di Cavalli, che anche oggi lo è per quanto riguarda l’online. Aspettate e vedrete.

Come ha ridisegnato l’immagine della griffe?
Definirei questa collezione autoriale: una proposta disegnata e curata nei minimi dettagli, sotto l’egida della “United States of Cavalli flag”, una bandiera universale che non crei confini ma li abbatta. Ho lavorato sugli elementi iconici, come gli artigli del felino, i canini di serpente, i motivi animalier, rielaborandone i tratti riconoscibili per creare una nuova estetica, non solo femminile e sexy, bensì traslata in molteplici occasioni d’uso. Oggi i tempi sono cambiati e le consumatrici amano uno stile fluido, che mette insieme gli opposti e li mixa giocando con il guardaroba. Parliamo di una donna modernissima, che viaggia e lavora, libera e senza connotazioni. Mi ispiro da sempre alla fisicità, una fisicità che però si lega alla presenza di un cervello. La mia donna non è mai oggetto, ma soggetto. 

Come è strutturata la collezione?
Copre l’intera giornata di una donna, partendo dall’Hollywood Frock, l’abito da red carpet iconico, per arrivare al jeans (c’è tantissimo denim!), ideale da indossare al lavoro con una camicia stampata oppure con una T-shirt e una giacca sartoriale, stampata o in tinta unita. Non dimentichiamo che Cavalli, anche se è noto per il suo glamour da Oscar, è partito negli anni Settanta lavorando sulle stampe, che diventano la sua sigla, e sul denim, del quale è stato un precursore ancora prima di Fiorucci. Aspetti del suo lavoro che ho voluto celebrare, rendendoli assolutamente riconoscibili e che rappresentano la signature della griffe. Il tutto declinato con un’estrema fluidità in una collezione trasversale, ideale per una working woman di 40 anni come per una donna di 60-70 anni o una ragazzina. 

Anche l’uomo è una grande scommessa…
Non c’è mai stata una collezione maschile di Cavalli sviluppata in modo così potente, partendo dalla maglieria per arrivare al denim, alle T-shirt e alle felpe, con un’immagine molto coerente con la linea donna. In un momento in cui viviamo una fase fluida, in cui i giovani sono molto più avanti di noi, mi piace che il maschile incontri il femminile e che non ci siano più barriere nette. Ho lavorato pensando a me, ai miei amici e ai giovani in giro per le strade di città come Pechino o Shanghai, Los Angeles e Berlino, in modo da ricreare un universo senza barriere in cui si mescolano età, generi, fisicità, culture. Del resto anche Roberto Cavalli ha sempre amato stupire, attraverso elementi di rottura e crash di opinioni diverse. 

Ha avuto modo di confrontarsi con il fondatore?
Stimo molto Roberto Cavalli, ma non ho voluto essere influenzato nel mio percorso. Quando ero ragazzino e vivevo negli Stati Uniti lui era conosciuto al pari della Coca-Cola e amatissimo dalle celebrity. A questo mondo mi sono ispirato ma con un punto di vista molto personale, con una visione filtrata alla luce dei miei interessi, della mia età, del mio amore per la musica, i viaggi, il cinema, l’arte. Una storia, la sua, da rispettare e che ho studiato a fondo, ma che al tempo stesso ho voluto quasi distruggere, per poterla ricelebrare.

La “United Flag of Cavalli” di cui ci parlava è protagonista di una serie di teaser sul sito del brand. Come è nata l’idea?  
La bandiera statunitense ha una valenza pop straordinaria, grazie all’interpretazione di artisti eccezionali come Andy Warhol, Damien Hirst, Jeff Koons e i Rolling Stone. Io l’ho voluta trasformare in un simbolo universale dello stile Cavalli, declinandola in versione maculata, con le stelle che riprendono il manto del giaguaro e le strisce quello della zebra. Una scelta che non ha connotazioni politiche, bensì un valore estetico ben preciso, legato al mondo del rock e a un concetto più ampio di libertà.  

Come ha vissuto questo anno della pandemia? 
Mi dà tristezza pensare ai tanti anziani che ci stanno lasciando e che sono la nostra memoria. Purtroppo sono convinto che questa sia una risposta della natura a una globalizzazione feroce e al mancato rispetto di tanti valori: siamo a un punto di non ritorno. Per quello che mi riguarda, anche se amo moltissimo viaggiare, ho vissuto bene anche stando a casa in lockdown. Ho staccato dalla vita di prima, in corsa continua, per riflettere, guardando i miei film preferiti senza vincoli di orari, per sentirmi ispirato. Ho persino imparato a fare la pasta al tonno!

A proposito di rispetto per la natura, in che modo la sostenibilità entra nella collezione?
Voglio che i capi di Cavalli siano eccezionali, come delle opere d’arte che durino nel tempo. Un discorso legato all’autorialità dei modelli, che diventano come un brano musicale o un’opera d’arte, destinati a non tramontare mai. Per la collezione zero ho utilizzato tessuti italiani di estrema qualità, affidandomi ad artigiani ed eccellenze straordinarie e questo è già un passo importante. I nostri jeans, per esempio, sono tutti italiani e ho preteso rigidi controlli a livello di procedure e lavaggi. Di sicuro dalla prossima stagione ci sarà un focus ancora più attento sull’impiego di materiali ecosostenibili, attraverso la collaborazione con un’azienda friuliana di cui al momento non posso fare il nome. Il percorso come ho detto è appena iniziato, ma quando si crea una collezione con criteri legati al rispetto dell’essere umano, dell’artigianalità e con i tempi giusti già si è fatto un grande passo avanti. 

Il suo stile è stato da sempre amato da celebrity del calibro di Madonna, Beyoncé, Jennifer Lopez: cosa si aspettano da questa sua collaborazione con Cavalli? 
Mi arrivano di continuo messaggi dal mio pr di New York, che mi subissa di richieste per tutta una serie di nomi al momento top secret. C’è molto excitement.

E voi chi avete scelto come testimonial del marchio?
Non amo l’idea dei testimonial. Lo trovo un concetto molto anni Ottanta. Oggi la stessa persona segue personaggi con look e atteggiamenti diversissimi. Un tempo, inoltre, celebrity come Elton John, Madonna, Prince, Elton John identificavano stili ben precisi mentre oggi, come dicevo, viviamo in un mondo in continuo divenire. Direi che in questo momento il testimonial di Roberto Cavalli sono io. 

Come procede il lavoro insieme al general manager Ennio Fontana
È una persona instancabile e piena di energia. Trovo che abbia una visione straordinaria. 

Un universo che cambia ha bisogno di contenitori adeguati. Cosa può dirci dei monomarca di Cavalli?
Vorrei che fossero degli spazi antidepressivi e coinvolgenti, in grado di superare il tipico paradigma vestito-commesso-store-cliente, in nome di un’experience anche un po’ disordinata, che abbracci il food, la musica, il tatto, l’olfatto, il gusto. Del resto Cavalli aveva creato un vero e proprio universo lifestyle, con la Vodka, il Just Cavalli Club, le feste sulla sua barca durante il Festival di Cannes. Un mondo dove tutti entravano a far parte di un sogno e che non era solo e semplicemente un vestito.

Come lavora con la nuova proprietà, la Damac Properties, colosso del real estate fondato e presieduto dal miliardario Hussain Sajwani?
Hanno una visione strepitosa, che ha consentito di costruire un sogno in mezzo al deserto. Se vorremo riportare l’Italia verso un nuovo Rinascimento dovremo ispirarci a realtà come queste. 

Continuerà a sviluppare il suo marchio Fausto Puglisi? 
Al momento le mie energie sono dedicate a Roberto Cavalli a 360 gradi. Una grandissima sfida. Ma Puglisi esiste, è un marchio di nicchia totalmente mio e deciderò io come proseguire questo cammino.

c.me.



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