testimonianze al tempo del coronavirus

Marchi indipendenti: «Nell'ora dell'incertezza non va dimenticato che il futuro siamo noi»

Il virus sta piegando tutti gli attori della filiera, da monte a valle, ma a essere schiacciati dallo tsunami Covid-19 sono soprattutto i brand indipendenti, quelli che non hanno le spalle coperte dai grandi gruppi internazionali e che negli ultimi anni hanno trovato un posto al sole sul mercato grazie a una creatività innovativa e a produzioni di nicchia, spesso artigianali. Ad alcuni di loro abbiamo chiesto di esternare pensieri, paure e speranze durante questa cesura forzata, in cui la forza manifatturiera del settore è in uno stato di paralisi, in attesa di un allentamento della stretta, auspicato dopo il 18 aprile. Un tempo sospeso ma anche prezioso per riflettere, rivedere le priorità e resettare modelli che adesso, nell'urgenza drammatica che impone il momento, appaiono distonici e superati.

Danilo Paura: «Dobbiamo restare uniti. Il virus è democratico, non guarda in faccia nessuno»

Nato in Calabria ma cresciuto tra Rimini e Riccione, il designer ha esordito sul mercato con il suo marchio nel 2015.

«Paura è forse la parola che più si adatta alla situazione che stiamo vivendo nel quotidiano. Un sentimento che trova le sue radici nel concetto di incertezza, da cui l'uomo ha sempre voluto rimanere lontano per una questione di comodità. La nostra paura più grande come azienda è legata all'estrema difficoltà nel programmare e pianificare un futuro prossimo di cui non conosciamo niente. È un momento in cui è necessario concentrarsi sull'immediato in maniera lucida e continuare a seminare, con un occhio verso un'opportunità, un cambiamento che è in atto e che, in un modo o nell'altro, porterà a un'evoluzione dei processi, della socialità e del consumo. Io e il mio team siamo oggi consapevoli della necessità di fare passi piccoli ma lineari, consistenti, diretti e soprattutto solidali. Un amico una volta mi disse: “La complessità nello stare in barca è che la barca ti mette a nudo”. Questo per dire che ciò che sta accadendo è totalmente democratico, non guarda in faccia nessuno e ci riguarda tutti: le priorità sono diverse ma la preoccupazione viene dalla stessa radice. Ecco perché dobbiamo essere uniti, sostenerci. Perché la nostra filiera gioca con sei mesi d'anticipo, perché i nostri fornitori sono eccellenze a chilometro zero e perché i clienti sono lo specchio del nostro messaggio. Oggi più che mai sono essenziali due cose: alimentare la cultura e il desiderio di engagement del consumatore e adattarsi. La nostra collezione SS20, "Adaptive Studio", esplora infatti il concetto di una diversificazione creativa, volta a instaurare un dialogo coerente e costante tra il brand e la società, e vuole esprimere questa idea attraverso canali e settori apparentemente distanti. Il lockdown ha reso i marchi ancora più vicini alle loro community tramite un dialogo digitale, che dovrebbe fornire sicurezze etiche ed estetiche. Poi c'è l'home-working che, nel nostro caso, è identificabile meglio con lo smart working: è nel nostro dna e lo abbiamo sempre gestito, lavorando a obiettivi e mettendo in testa pensieri tra Rimini, dove vivo, e Milano, dove risiede il mio staff. Quello che dobbiamo fare tutti è sacrificarci gli uni per gli altri, tutelare chi lavora con noi e comunicare. Mantenere la filiera, in sostanza. Per farlo in concreto, il sistema bancario dovrebbe garantire una liquidità immediata, che dia sostegno alle piccole-medie imprese e tenga in movimento il processo, salvaguardando l'occupazione e soddisfacendo il rapporto domanda-offerta. La tutela del know-how e dell'expertise artigiana sono fondamentali per l'Italia e per il sistema moda in generale, quindi ora noi ci mettiamo in gioco più di come abbiamo sempre fatto, ma chiediamo il supporto di tutti, per dare un risvolto positivo a questa fase. Il Governo e le autorità europee dovrebbero cercare di trovare una soluzione in tal senso, per consentire che il sistema del credito sia, per una volta, reattivo e fluido come non mai» (nella foto, due proposte della collezione SS2020).

Amato Daniele«Urgono aiuti alle Pmi. Ma già da anni camminiamo sul filo del rasoio»

L'erede di casa Leu Locati, 23 anni, è il designer del primo house brand di famiglia: borse e scarpe di lusso, realizzate nella manifattura milanese di via Cosimo del Fante.

«In una situazione così complessa come quella che stiamo vivendo e nella quale non si riesce a prevedere quando si vedrà un miglioramento e un ritorno alla normalità, la prima difficoltà che stiamo incontrando è sicuramente l'incertezza. Non essere in grado di sapere quando vedremo la luce in fondo al tunnel è davvero un grandissimo ostacolo. Il secondo sono le sospensioni degli ordini da parte di alcuni clienti, alle prese con i negozi chiusi e i magazzini pieni di merce che verrà smaltita a fatica anche tramite l'online, anch'esso rallentato dalla situazione. In ottemperanza alle disposizioni del Governo, la produzione è stata sospesa. Il problema più grave si presenterà al momento della riapertura. Ovvero quando si verificherà la corsa alle forniture invernali, ma non sarà possibile approvvigionarsi in tempi brevi delle materie prime necessarie per poter processare gli ordini, incorrendo pertanto in altri mesi difficili, senza poter fatturare e dovendo comunque pagare materie prime e maestranze prima di riuscire a spedire la merce e quindi ricevere il pagamento delle varie forniture successivamente. Purtroppo le attività che riusciamo a svolgere in smart working sono molto limitate. Il nostro lavoro ha due facce. Quella della produzione, che ovviamente a casa non si può fare, e quella delle emozioni. Normalmente la cliente fatica a scegliere da un catalogo. In un momento così complesso come quello che stiamo vivendo, diventa ancor più difficile. Di conseguenza ci stiamo concentrando sullo sviluppo del design della collezione primavera-estate 2021, che sarà cruciale per l'andamento della produzione e soprattutto del fatturato 2020. In questo periodo così complicato, che rischia di mettere in ginocchio anche i brand più potenti, un marchio piccolo come il mio si sente sicuramente ancor di più con le spalle al muro e vede la sua ripresa più incerta. È una difficoltà psicologica ed economica. Fortunatamente abbiamo ricevuto un grandissimo supporto da parte di alcuni nostri clienti, soprattutto asiatici, come La Ruta de Via (Shanghai) e Beams department store (Giappone), per citarne alcuni, che hanno riconfermato gli ordini per la collezione autunno-inverno 2020/2021, nonostante una situazione mondiale così incerta. In ogni caso, urgono aiuti concreti alle piccole e medie imprese, che rappresentano quasi il 97% del tessuto manifatturiero italiano. Le Pmi sono la parte più importante della filiera della moda e molte sono le imprese familiari come nel mio caso, che da anni camminano quotidianamente sul filo del rasoio e ogni giorno che passa l’equilibrio è sempre più precario».


Azzurra Gronchi: «Il problema più urgente è ricollocare la merce già prodotta»

La stilista toscana, cresciuta nell'azienda conciaria di famiglia, ha lanciato il suo brand di borse deluxe nel 2011.

«Purtroppo io ho risentito di questa pandemia sin dai primi di febbraio, quando la Cina si fermò completamente. Stavamo organizzando con i miei partner cinesi il rilancio del brand nel loro territorio tramite eventi e vendite online sui più importanti portali asiatici: tutto avrebbe dovuto partire a marzo, invece ci siamo fermati già il mese prima. Stavo attendendo la riapertura e la ripresa della Cina ed ecco che il virus si è espanso al livello internazionale. Ora sono i miei partner cinesi a essere molto preoccupati per noi e stanno cercando di aiutarci, inviando a me e alla mia famiglia mascherine e altro materiale per tutelarci adeguatamente. Sin dall'inizio loro hanno preso molto seriamente questo problema, seguendo religiosamente ogni regola, senza mai sottovalutare i rischi. Ci dicevano di fare lo stesso già mesi fa. I miei partner stanno rientrando piano piano negli uffici e riavviando le loro attività, ma in questo momento anche loro stanno aspettando di vedere cosa accadrà nei prossimi giorni qui da noi, essendo distributori per la Cina di beni di lusso europei. A livello politico auspichiamo una vera e seria rivalutazione del made in Italy: dopotutto questa è la vera e inestimabile forza che abbiamo. Speriamo che i piccoli artigiani della moda e i piccoli negozianti possano restare in piedi e che si riesca in qualche modo a sfruttare tutta la merce già prodotta per questa stagione, che sembra dover sparire nel nulla: una fine che capi e accessori già realizzati non possono fare. Né tantomeno possono venire svenduti o bloccati nei magazzini».

Linda Calugi (Twins Florence)«Questa crisi porterà maggiore consapevolezza. Valore e qualità saranno imprescindibili»

Architetto di formazione, la designer toscana nel 2018 è stata semifinalista all'International Woolmark Prize.

«Anche noi siamo in stand-by. Abbiamo terminato la campagna vendita, che è stata fortemente penalizzata dal sopraggiungere dell'emergenza, con numerose cancellazioni di appuntamenti e questo ci ha davvero svantaggiati. Certo, abbiamo avuto anche qualche ordine da remoto tramite linesheet ma, essendo la nostra una collezione di ricerca, i clienti hanno la necessità di vedere, toccare e indossare i capi prima di acquistarli. La difficoltà per un marchio come Twins Florence è proprio questa: il mercato è saturo e i buyer fanno fatica a credere in un brand che non faccia della comunicazione il suo cavallo di battaglia, ma che punti esclusivamente su artigianalità, qualità e cura dei dettagli. Mi auguro che tutto questo porti a una maggiore consapevolezza e a una valorizzazione delle qualità intrinseche del prodotto. Il nostro marchio vorrebbe creare un guardaroba in grado di durare a lungo e che coniughi stile e valore: non si può più prescindere dalla qualità, proprio adesso che l'ambiente ci chiede di essere più attenti e di evitare gli sprechi, soprattutto dopo essere stati messi in ginocchio da un nemico invisibile ma potentissimo come il virus e la paura. In questa situazione di emergenza il Governo dovrebbe parlare con noi, con i piccoli-medi imprenditori, che per rialzarsi dopo questa paralisi avranno bisogno di agevolazioni, semplificazioni della burocrazia, investimenti, per far sì che le nostre attività possano diventare più solide e radicarsi per diventare il futuro del made in Italy. Ci sarà anche bisogno di ridurre le uscite delle collezioni, in modo da essere più mirati e concreti. I campionari delle materie prime dovrebbero essere meno vasti, così da concentrare le produzioni, e si dovrebbe fare in modo che i piccoli brand abbiano agevolazioni nei prezzi. Dovrà essere rivisto anche il sistema showroom, che dovrà avere strumenti diversi per penetrare nel mercato con maggiore efficacia, perché temo che la ripercussione peggiore del coronavirus sarà la paura instillata in ognuno di noi: paura che frenerà molti buyer e che li porterà a non visionare e scegliere le nostre collezioni. Spero che questa grande tragedia globale possa essere motivo di riflessione per molti: bisogna rispettare di più la natura, i suoi ritmi e i suoi bisogni. Siamo noi a doverci adeguare a lei, non dovrebbe mai accadere il contrario».

a.t.
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