operazione trasparenza

Amazon pubblica i fornitori. La Ong: «Bene, ma può fare meglio»

Dopo le reiterate pressioni da parte di diverse associazioni, Amazon ha deciso di pubblicare per la prima volta l'elenco di oltre un migliaio di fornitori di prodotti con il suo marchio in tutti i settori, rivelandone nomi, indirizzi e altri dettagli in un documento in cui vengono indicate tra le altre 505 aziende cinesi, 102 statunitensi, 168 dell'India, 55 del Vietnam, 31 del Giappone, 29 dello Sri Lanka e altrettante di Taiwan, 23 del Bangladesh, 14 della Thailandia, 13 della Malesia e altrettante delle Filippine, 12 della Corea del Sud e altrettante del Messico, sette della Cambogia, sei del Pakistan e quattro del Madagascar.

Non manca l'Europa, con 11 realtà turche, 10 del Regno Unito, nove della Polonia, quattro italiane (Soffas Converting, Fippi, Intercos Europe e Intercorse Europe) e due in Francia a capitali stranieri, di cui una del nostro Paese, Sofidel.

Questa decisione segna un passo avanti nella trasparenza, quasi inaspettato da parte dell'e-tailer che sembrava impermeabile a ogni richiesta in tal senso, ma c'è chi chiede di più.

Aruna Kashyap della Ong Human Rights Watch, in prima linea nell'esortare l'azienda di Jeff Bezos (nella foto) ad aderire agli standard del Transparency Pledge, sottolinea come manchi nell'elenco l'indicazione dell'ambito produttivo. La lista, peraltro, pur essendo pubblicata sul portale aziendale di Amazon, non è facile da trovare e non è stata al centro di iniziative di comunicazione, anche solo una semplice press release.

Da notare che nel 2019 il Fashion Transparency Index ha analizzato 200 marchi di abbigliamento, rilevando che il 35% ha pubblicato i luoghi di produzione dei suoi capi: un balzo in avanti, rispetto al precedente 12,5%, che dimostra quanto sia sentito e attuale il tema della trasparenza.

A cura della redazione
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