osservatorio politecnico di milano

Export digitale +23%, ma è solo l'inizio. Moda in pole position

Incremento a doppia cifra (+23%) per l'export italiano di beni di consumo attraverso canali digitali, che nel 2017 ha raggiunto quota 9,2 miliardi di euro, 1,7 miliardi in più rispetto al 2016. Ma sul totale delle esportazioni del settore, pari a 144 miliardi di euro, l'incidenza del digitale non va oltre il 6,4%. La moda è in testa, seguita da food e arredo.

 

Dati emersi dall'Osservatorio Export della School of Management del Politecnico di Milano, presentata stamattina (22 marzo) durante il convegno milanese Export digitale: a ciascuno il suo canale!.

 

A trainare il comparto delle nostre esportazioni online di beni di consumo, con una quota del 66% e un valore di circa 6 miliardi di euro, è il fashion inteso come insieme di abbigliamento, accessori e tessile. Segue a distanza il food, con il 15% e 1,38 miliardi, mentre al terzo posto si colloca l'arredamento, con il 7% e 644 milioni.

 

Il 50% delle vendite oltreconfine in Rete - indirizzate soprattutto ad aree come gli Usa e l'Europa, anche se altre nazioni si stanno facendo avanti - passa attraverso i grandi e-tailer. I marketplace si devono accontentare del 35%, i siti di private sale dell'8% e quelli aziendali del 7%.

 

Come ribadisce Riccardo Mangiaracina, direttore dell'Osservatorio Export, nonostante i cambiamenti epocali in atto, l'Italia presenta ancora un approccio tradizionale al commercio con l'estero. «Esistono ampi margini di miglioramento - precisa - e notevoli opportunità da cogliere nell'uso del digitale».

 

Lo scenario macroeconomico non è sfavorevole. «L'Italia beneficia di un generale clima di ripresa - sottolinea Lucia Tajoli, responsabile scientifico dell'Osservatorio Export -. L'apprezzamento dell'euro non sembra aver scoraggiato gli acquirenti stranieri: anzi, proprio l'export manifattutriero è uno dei principali traini dell'economia italiana».

 

Secondo un'indagine condotta dall'Osservatorio su un campione di 160 aziende (produttrici o retailer), l'80% delle nostre imprese realizza con le esportazioni almeno il 10% del fatturato annuo. Il 43% si avvale dei canali tradizionali, il 35% di un mix tra quelli fisici e quelli virtuali e solo il 2% esclusivamente dell'online.

 

Le principali barriere per chi commercializza oltrefrontiera i propri prodotti sono di natura legale (44%) oppure relative alla gestione delle attività di marketing (39%), alla logistica (34%) e ai finanziamenti (27%).

 

Come puntualizza Lucia Piscitello, responsabile scientifico dell'Osservatorio, le potenzialità più interessanti per il made in Italy si delineano in Cina e Usa «che allo stesso tempo sono territori altamente competitivi e impegnativi».

 

«In Europa - continua - la prossimità e la presenza di politiche comuni riducono la complessità di aspetti legali e logistici, ma sono ampie le differenze tra le aree geografiche. Il mercato russo, infine, offre interessanti prospettive di crescita ma anche sfide complesse, in primis la necessità di offrire l'opzione di pagamento in contanti alla consegna e la difficoltà di gestire efficacemente i resi».

 

«Prima ancora di scegliere un modello - conclude Riccardo Mangiaracina - è fondamentale compiere due azioni: analizzare il mercato di riferimento definendo il target, il corretto posizionamento e il livello di notorietà già conseguito dal proprio brand e, soprattutto in Cina, Russia e Stati Uniti, registrare il marchio per proteggerlo, evitando che lo facciano terze parti».

 

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