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Jean-Charles de Castelbajac: «Sono pronto a lanciare la mia Ré-evolution»

Intervistato da fashionmagazine.it, il designer e artista Jean-Charles de Castelbajac parla a ruota libera delle sue fonti di ispirazione, delle collaborazioni tra cui quella con Rossignol, dei marchi emergenti che preferisce e anche di qualcosa di più di un sogno nel cassetto: partire con un nuovo progetto, magari con partner italiani.

 

La considerano un'icona della moda: lei come si definisce?

Sono un'attivista dello stile, un designer alla continua ricerca di un'evoluzione e della scoperta. Per tutta la vita la creatività e l'innovazione sono state la mia sfida. Nella parola "icona", in realtà, sento di perdere il senso essenziale della mia vita, che è fatto di Energia e Futuro. Recentemente ho ritrovato le mie idee, le grafiche, i colori, i concetti come fonti di ispirazione anche di marchi e stilisti famosi, ma il modo in cui vengo copiato è obsoleto. L'arte, la moda: vecchie idee, corrotte dall'eccesso di marketing. Oggi io sviluppo lo stile e la tecnologia, il fashion e l'ecologia, il design e il riciclo, in una fase entusiasmante, oltre a ciò che può fare un designer.

 

Qual è stato il momento migliore della sua carriera?

La genesi, a 17 anni con la prima collezione insieme alla mia straordinaria madre. Volevo rompere le regole, creare un'anti-moda, con materiali "rubati" in giro, linee all'insegna di uno sportswear futuristico. Wwd mi ha definito "l'uomo sulla luna" ed è stato incredibile lavorare per Max Mara, Gilmar e Iceberg con i miei cartoon per maglie entrate nella storia, Ellesse e Starpoint: gli imprenditori italiani sono gli unici al mondo che sanno trasformare la creatività in un concept di successo. Ecco perché voglio trovare da voi un nuovo partner per i miei progetti. Il momento più alto per me è stato quando ho disegnato per il papa: ho vestito Giovanni Paolo II con i colori dell'arcobaleno e questo ancora adesso mi riempie di un'emozione unica. Ma ricordo anche le collaborazioni con Mapplethorpe, Keith Haring, Lady Gaga, Jay Z e molti altri.

 

Ha origini nobili: un privilegio, un vantaggio, forse un peso?

L'anno scorso abbiamo celebrato i 1.000 anni della nostra famiglia: sono il Marchese de Castelbajac, il Capo delle Armi, ma appartenere a una famiglia aristocratica non è un vantaggio. Anzi, rappresenta il dovere di essere umili e trasformare i valori del passato in linee guida per le generazioni future. Quando ho mosso i primi passi nella moda, un mondo legato all'apparenza, mi sono impegnato a non dimenticare i miei antenati e ciò per cui avevano lottato. Loro avevano una spada e io una matita, sono un Aristocratico, come il mio caro amico Emilio Pucci. Tra l'altro uno dei miei antenati, soprannominato il "cavaliere verde", era capitano a Pescara durante le guerre italiane nel 1517: è sepolto in questa città e anche per questo io mi sento anche un figlio del vostro Paese.

 

Che mestiere avrebbe scelto se non fosse diventato stilista?

Quello che ho fatto...l'artista!

 

Fashion designer, ma anche street artist ante litteram: da cosa nasce questa passione?

Mi sono avvicinato alla street art attraverso i miei amici Jean-Michel Basquiat e Keith Haring: osservarli al lavoro è stato per me un vero shock emozionale, un ritorno alle origini dell'arte come resistenza al sistema globale della società. Disegno angeli con un gessetto in tutto il mondo ormai da 20 anni.

 

Come ci si sente a essere un influencer a più di 65 anni?

Instagram è la mia finestra sul mondo: curo i miei post seguendo l'intuizione e la poesia. Non è l'età a contare su questo social ma la sfida, la capacità di concepire immagini creative, un modo di comunicare che ha a che fare con il subconscio.

 

Qual è un nome emergente che apprezza?

Off-White: conosco il designer Virgil Abloh - veniva a trovarmi nel mio studio nel periodo in cui ho collaborato con Kanye West - e trovo che abbia talento. Ma segnalerei anche Palace, punta di diamante nel mondo dello skate, con il quale Lev, Simon e Gabriel hanno reinventato la creatività street e il select marketing. E ancora Kith, label dalle molteplici collaborazioni, Old Ladies Rebellion, ideata da Fanny Karst per le ultrasessantenni trendy, Vetements che ha saputo rileggere il basic con brio e non ultima Each Other, pezzi da collezione tra arte e moda.

 

La collaborazione con Rossignol, con una nuova capsule presentata recentemente a Milano: un fatto di comune dna francese o c'è dell'altro?

L'intesa con quella che considero la migliore realtà dello sci al mondo è consolidata: Rossignol è un marchio autenticamente iconico e la mia sfida è stata proiettarlo nel futuro. Amo la dimensione modernista delle collezioni frutto della nostra liaison: siamo i migliori, creativi e "über-functional".

 

Progetti per il futuro?

Dare vita a un concept nuovo: sono due anni che non faccio uno show ed è ora di tornare in pedana. Penso a una collezione all'insegna di uno stile globale: sono pronto a lanciare la mia "Ré-evolution". Mi piacerebbe anche assumere la direzione artistica di un marchio italiano. 68 anni sono un buon numero per un cambiamento, per partecipare alla small marathon di New York o semplicemente andare a vedere come sarà la mostra Heavenly Dressed al Met, sempre a New York, dove saranno esposti da maggio molti dei miei lavori.

 

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