Un report di Sace

Moda e deglobalizzazione: ancora presto per parlarne

Le perduranti difficoltà che, causa pandemia, le aziende della moda stanno vivendo a livello di catena di approvvigionamento hanno riportato alla luce il dibattito sulla deglobalizzazione. Tuttavia, in base a un report di Sace (Gruppo Cassa depositi e prestiti), un vero e proprio reshoring ancora non c’è.

Il rapporto dal titolo “Il Fashion tornerà di moda?”, presentato oggi dalla società di servizi assicurativo-finanziari, cita una serie di dati emersi da un sondaggio di Confindustria e RE4IT realizzato alla fine del 2021. Il 73,5% delle aziende italiane della moda non ha chiuso impianti nell’ultimo triennio e non intende farlo nel corso del 2022. Solo il 2,8% considera di farlo quest’anno e un altro 3,5% ha trasferito la produzione principalmente in Italia. In più, tre imprese su quattro del survey non hanno ridotto il numero di fornitori esteri e non intendono farlo. Il 7,5% ha intenzione di ridurli, mentre il 5,8% li ha sostituiti con fornitori domestici.

Come osservano dall’Ufficio studi di Sace, a differenza di quanto successo con la crisi finanziaria del 2008, le catene globali del valore sembrano aver mitigato lo shock pandemico perché le imprese più internazionalizzate hanno avuto la capacità di reagire e adeguarsi meglio.

Inoltre, ridisegnare il sistema di fornitura o produzione non è di facile attuazione nel breve periodo e comporta costi elevati: quelli già sostenuti nella fase di internazionalizzazione, non più recuperabili e quelli nuovi per rilocare la produzione. Bisogna pure considerare, in aggiunta, la mancanza di capacità produttiva immediatamente disponibile, il maggior costo del lavoro, la limitata disponibilità di materie prime, nonché l’elevata frammentazione della filiera.

Tra le principali sfide del settore ci sono, come ricorda il report, la sostenibilità sociale e ambientale e la digitalizzazione, non solo per la vendita al consumatore finale ma anche a livello di intero ciclo della catena del valore.

Intanto il fashion nazionale, duramente colpito dagli effetti del Covid, si sta riprendendo e, come emerge anche da un’indagine di Banca d’Italia sembra prevalere l’ottimismo fra gli imprenditori.

Nei primi nove mesi del 2021 il 70% delle imprese industriali e il 60% di quelle del fashion (tessile, abbigliamento, pelli e calzature) ha registrato un aumento del fatturato, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, seppure variabile da +1,5% a oltre +25%.

Quasi tre imprese del comparto su quattro hanno previsto di chiudere l’esercizio 2021 con un pareggio o un utile di bilancio (lo dice il 90% del campione, nel caso delle imprese industriali in senso stretto). Solo il 41% delle imprese del settore, però, si aspetta di tornare ai livelli di attività pre-crisi entro la fine del 2021, rispetto al 72% delle aziende dell’industria in senso stretto.

Interpellati sulle prospettive future, invece, gli imprenditori della moda vedono rosa più degli altri: il 60% si attende incrementi del fatturato nei sei mesi successivi alla rilevazione (17 settembre-12 ottobre 2021). Nel caso degli imprenditori industriali, la quota dei positivi si ferma al 50%.

e.f.
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