Anche Nike presa di mira

H&M: «Niente più cotone dallo Xinjiang». E la Cina reagisce

Il colosso del fast fashion H&M (nella foto, due look) ha deciso di non rifornirsi di cotone dalla regione cinese dello Xinjiang, nel Nord-ovest del Paese, dicendosi «profondamente preoccupato» per le condizioni di lavoro a cui sono sottoposti gli uiguri e altre minoranze religiose impiegati sul territorio.

Pronta la reazione della Cina: lo store online H&M sulla piattaforma Tmall di Alibaba al momento non risulta accessibile e anche su Jd.com e Pinduoduo i prodotti del brand risultano introvabili.

Tutto in realtà è partito nel 2020, come riporta l’agenzia Ansa, quando un rapporto del think tank dell'Australian Strategic Policy Institute ha indicato H&M come beneficiario di un programma di trasferimento di lavoro forzato. In seguito, il gruppo svedese ha dichiarato che non avrebbe più acquistato cotone dallo Xinjiang e che avrebbe concluso i rapporti con un produttore cinese di filati.

Più di recente, le preoccupazioni manifestate nei mesi scorsi da H&M sono diventate virali e prese di mira dai social cinesi, dove c’è anche chi denuncia il comportamento incoerente della società, pronta a diffonde voci per boicottare il cotone cinese mentre cerca il profitto nel Paese asiatico.

H&M China mercoledì ha specificato che la decisione «non rappresenta alcuna posizione politica». Il gruppo dice di avere sostenuto i principi di apertura e trasparenza nella gestione delle catene di fornitura globali, assicurando il rispetto dell'impegno per lo sviluppo sostenibile delineato dalle Linee guida dell'Ocse, per una condotta aziendale responsabile.

Come riporta Reuters, anche Nike ora deve far fronte al boicottaggio cinese. Le sue “preoccupazioni” per il lavoro forzato nella regione cinese - da cui non si rifornisce, così come non lo fanno i suoi terzisti -sono state criticate su social come Weibo (il Twitter locale) e il popolare attore cinese Wang Yibo ha rescisso il suo contratto come rappresentante della Nike.

L’attore Huang Xuan, invece, non sarà più brand ambassador in Cina di H&M, in opposizione alle “calunnie” contro il suo Paese.

La Cina è il terzo maggiore mercato di riferimento per H&M, che conta circa 500 store nell’area e nell’esercizio terminato in novembre ha totalizzato circa 960 milioni di euro di vendite (-17% senza l’effetto cambi) e il terzo pure per Nike, che nel fiscal year concluso a maggio ha registrato 6,7 miliardi di dollari di ricavi in Greater China (+11% a cambi costanti).

Le critiche, come pure i boicottaggi, potrebbero propagarsi anche ad altri noti marchi di abbigliamento e sportivi. Il quotidiano Global Times ha citato Burberry, Adidas e New Balance per le loro «osservazioni taglienti» sul cotone dello Xinjiang, risalenti a due anni fa. Altri su Internet hanno segnalato il marchio giapponese Uniqlo e lo statunitense The Gap.

Lunedì scorso l'Unione europea, gli Usa, la Gran Bretagna e il Canada hanno annunciato sanzioni ai funzionari cinesi, nel corso di una discussione sul trattamento della minoranza uigura cinese.

Gruppi per i diritti umani sostengono che almeno un milione di uiguri e altre minoranze, per lo più musulmane, sono stati incarcerati in campi di prigionia nello Xinjiang. Le autorità sono accusate di sterilizzare le donne contro la loro volontà e di imporre il lavoro forzato. Accuse negate dalla Repubblica Popolare, secondo la quale i programmi di formazione e gli schemi di lavoro hanno contribuito a eliminare l'estremismo.

e.f.
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