AVEVA 85 ANNI

Scompare Karl Lagerfeld, genio eclettico e irriverente

courtesy of fendi

Icona luxury e pop al tempo stesso, genio multiforme, stakanovista della creatività: si è spento a 85 anni Karl Lagerfeld, diventato leggenda già in vita grazie al suo eclettismo di designer, stilista, fotografo, artista, illustratore e uomo dalla profondissima cultura.

L'allarme era scattato alla recente sfilata dell'alta moda di Chanel, di cui Lagerfeld era lo storico direttore creativo, quando Kaiser Karl, come veniva chiamato, aveva mancato la consueta uscita finale, mandando al suo posto la creative studio director Virginie Viard.

Allora la casa di moda aveva minimizzato parlando di un'influenza, ma tra gli addetti ai lavori le voci sul peggioramento del suo stato di salute non si erano più placate.

La scomparsa di Lagerfeld lascia un grande vuoto per Chanel, per Fendi di cui teneva le redini stilistiche della donna da oltre mezzo secolo e per il suo marchio, ma soprattutto per la moda in toto, perché non ci sarà più un altro Lagerfeld.

Al di là delle collezioni che ha creato fino all'ultimo, delle campagne che ha firmato, dei disegni che sfornava a getto continuo - pare che Fendi e Chanel possiedano ciascuna 60-70mila sue illustrazioni -, in sintesi di quanto ha dato attraverso il suo lavoro, era lui stesso la sua opera più rappresentativa: con gli occhiali scuri, l'immancabile codino, la gatta Choupette diventata a sua volta una star, il modo di fare di un aristocratico imperscrutabile e ironico, era la perfetta incarnazione di un termine abusato ma che gli calzava a pennello, ossia icona. 

Nobile di nascita forse non lo era e non si sa nemmeno se al momento della morte avesse davvero 85 anni. Alcune fonti indicano il padre Otto come imprenditore di prodotti caseari ad Amburgo e la madre Elizabeth Bahlmann commessa in un negozio, ma lui preferiva glissare sulle sue origini.

Dopo essere emigrato con la madre a Parigi nell'adolescenza, già nel 1954 - poco più che ventenne - si fa notare al Woolmark Prize per il disegno di un cappotto, dividendo il premio nientemeno che con un giovane Yves Saint Laurent.

È l'inizio di una lunghissima carriera, costellata di successi: il primo ingaggio lo ottiene da Pierre Balmain nel 1955, per poi passare da Jean Patou, dove disegna per cinque anni l'alta moda ma confida di «annoiarsi tanto».

Apre un piccolo negozio a Parigi ma soprattutto, nel 1963, fa il proprio ingresso in Chloé, dove rimarrà per 15 anni e tornerà tra il 1992 e il 1997.

Risale al 1965 il colpo di fulmine tra lui e Fendi, da cui è scaturita un'intesa inossidabile, un vero contratto a vita. Nove anni dopo fonda il proprio brand e nel 1983 Chanel lo chiama per prendere le redini della maison fondata da Mademoiselle Coco.

Lui tentenna ma poi accetta, mettendo nel marchio tutta la sua passione e inventiva, con le idee chiare e senza cedimenti, in un sodalizio interrotto solo dalla sua scomparsa: diverso dalla fondatrice («Non ha senso rifare Coco. Quello che voglio è fare quello che lei avrebbe fatto»), ma con la stessa visione e determinazione.

Intanto il suo estro si esprime e sbizzarrisce in mille altre direzioni, perché «creare per me è come respirare», disse una volta, e non gli importava di passare dall'alto di gamma a progetti più popolari, come l'intesa del suo brand con H&M agli inizi degli anni Duemila.

L'importante per lui era non fermarsi mai, trasformare in abiti da sogno ma anche in accessori divertenti e gadget le mille suggestioni di cui si nutriva incessantemente attraverso l'arte, i libri - nella sua biblioteca se ne contavano 300mila -, la moda, tutto.

Era un onnivoro al limite della bulimia, di stimoli e per molto tempo anche di cibo, una passione quest'ultima che nel Duemila improvvisamente abbandonò: non si piaceva e non si ritrovava più nei vestiti che indossava, anche perché si era innamorato dei completi smilzi disegnati da Hedi Slimane per Dior Homme.

In 13 mesi si alleggerì di 43 chili, condividendo 
The Karl Lagerfeld Diet con il pubblico attraverso l'omonimo best seller, scritto a quattro mani con il medico Jean-Claude Houdret.

Nasce allora il Lagerfeld degli ultimi 20 anni, con l'inconfondibile silhouette, gli zigomi pronunciati e i capelli candidi con il codino, in contrasto con le mise quasi sempre nere di cui facevano parte gli immancabili guanti a mezze dita.

Quella che non è mai cambiata è la sua personalità: era noto per non avere peli sulla lingua e infatti non si preoccupò, per esempio, di definire grassa la cantante Adele, tranne poi dover correre ai ripari regalandole un set di borse di Chanel, oppure di giustificare la sua avversione ai tatuaggi «perché è come non potersi mai togliere un abito di Pucci».

Non appena si è diffusa la notizia della morte del designer, in molti hanno pensato a Slimane, attualmente alle prese con l’impegnativo rilancio di Celine, come suo erede naturale. Ma non è a lui che Alain e Gérard Wertheimer, proprietari della maison, hanno pensato per la successione creativa, puntando invece sul braccio destro Virginie Viard (vedi news su fashionmagazine.it di oggi).

Invece sul fronte Fendi, con cui Kaiser Karl collaborava da oltre 50 anni, il discorso è più complesso. Il ruolo di Silvia Venturini Fendi sarebbe destinato a rafforzarsi (ufficialmente è coinvolta negli accessori donna e nel ready-to-wear maschile), al punto da farla diventare la guida creativa della maison.

Tuttavia, si starebbero rinforzando anche le posizioni di due figure chiave del successo di Fendi negli ultimi anni, ovvero Marco de Vincenzo e Alessia Pellarini, stilisti responsabili rispettivamente degli accessori e del ready-to-wear per la casa di moda della doppia F, nell'orbita del Gruppo Lvmh.

Mentre si susseguono dichiarazioni e supposizioni, a questo punto più per Fendi che per Chanel, resta il senso di vuoto: anche se si tratta di una morte annunciata, ha lasciato tutti senza parole e soprattutto con la sensazione della fine di un'epoca prima ancora che di uno stilista, per il quale il lusso era «libertà di spirito, indipendenza, in breve il politicamente scorretto».

a.b.
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