Ceo Roundtable on commerce innovation

Profitto e tecnologia non sono nemici della sostenibilità. E le aziende lo sanno

Foto di Dante Marrese

«Spesso si pensa che la sostenibilità possa essere in antitesi con la profittabilità, ma invece non è vero e le cifre del mondo della finanza lo confermano»: così Marc Sondermann ha introdotto il primo panel del convegno di oggi, lasciando la parola ai portavoce di aziende che con queste sfide si stanno misurando da tempo e con risultati significativi. Realtà come Save The Duck, 7 For All Mankind, Isko e Diana E-Commerce Corporation.

 

Come ha sottolineato ancora Sondermann, «è il momento di far quadrare il cerchio, perché c'è un grande progresso a livello tecnologico, ma c'è anche un importante passo avanti a livello di opinione pubblica, con i giovani in pole position, che si lega alla preoccupazione per il futuro del pianeta». «Come si possono conciliare le due cose?», ha chiesto ai relatori presenti.

 

«La sostenibilità per noi è stata rilevante fin dagli inizi - ha spiegato Francesca Toninato, ceo di 7 For All Mankind International, che nel 2020 celebra i 20 anni di storia -. Una scelta che parte in primo luogo dalla considerazione di ciò che è rilevante per i nostri consumatori e quindi dall'attenzione a declinare i nostri valori in modo conseguente».

 

«Fin dagli inizi - ha proseguito - abbiamo messo l'autenticità e la trasparenza nei confronti del consumatore al centro e da subito il presupposto fondamentale per noi è stata la durevolezza del capo, un tema importante per un marchio che gravita nella sfera premium premium-luxury. Non a caso ci sono consumatori che hanno in guardaroba jeans comprati 10/15 anni fa».

 

Consumatori che chiedono anche di avere una filiera produttiva e un comportamento di impresa sostenibile e rispettoso delle tematiche ambientali: «Per questo motivo abbiamo scommesso su una filiera vicina ai mercati. Per esempio tutto quello che facciamo per l'Europa e il Medio Oriente è realizzato nel bacino del Mediterraneo, in modo da limitare il carbon footprint».

 

Un traguardo importante per l'azienda, che tra l'altro ha scelto di essere plastic free, sarà il 20esimo anniversario, che si festeggia il prossimo anno: «Per l'occasione comunicheremo i nostri obiettivi di carbon footprint, di consumo di acqua (sia per i materiali che usiamo che nel processo produttivo), di energia e additivi chimici. Il nostro è un approccio a 360 gradi, che richiede anche un alto grado di trasparenza nei confronti dei nostri dipendenti», ha chiarito la ceo di 7 For All Mankind International.

 

L'azienda sta facendo passi da gigante nell'e-commerce: «Abbiamo un tasso di penetrazione che supera il 10%. Anche in questo caso siamo partiti dall'analisi del nostro consumatore, un referente globale e connesso, che ovviamente compra online. La sfida vincente è stata avere vissuto il canale come proprio, gestendolo direttamente e non in outsourcing. All'inizio può essere più complicato, ma alla fine la scelta paga».

 

Emblematico, a proposito di sostenibilità, l'intervento di Nicolas Bargi, fondatore e ceo di Save The Duck, l'azienda fondatrice del "piumino senza piume", controllata dal fondo Progressio Investimenti III, il quale ha posto l'accento sulla difficoltà di trovare una verità assoluta in tema di responsabilità.

 

«Sono fortunato - ha spiegato - perché ho anticipato il trend nel 2011. Mi considerano l'uomo che salva le oche, al timone di un'azienda 100% animal free, dove non vengono usate piume, pellicce, lana e seta. Ma se da un lato salvo gli animali, come posso evitare di inquinare il mondo con il mio prodotto?».

 

Questa domanda apre la strada a un mare magnum, perché la definizione di sostenibilità è molto ampia e tocca argomenti come il lavoro, il sociale, la chimica, l'energia, la trasparenza e l'educazione: «Il consumatore finale deve essere educato a capire i processi aziendali, deve comprendere cosa vuol dire sostenibilità in tutti questi settori. Per questo motivo nel nostro sito, che abbiamo rinnovato un paio di mesi fa, c'è una sezione dedicata, che spiega in maniera semplice gli argomenti, ma attraverso dei link si possono leggere centinaia di pagine su tutto quello che stiamo facendo».

 

«Quindi totale trasparenza, nel bene e nel male - ha sottolineato -. Il nostro piumino bollino arancio, per esempio è certificato Bluesign, ha una filiera certificata, utilizza meno acqua, energia ed è attento al Co2, ma di fatto impiega pet vergine. Quindi finché l'economia è basata sul petrolio, la plastica va gestita in modo intelligente. In conclusione sì alla plastica in modo durevole e non all'usa e getta. La plastica riciclata, per esempio, funziona, ma dura meno del pet vergine. Per questo in ogni argomento della sostenibilità c'è un pro e contro: bisogna ragionare su come affrontare i vari aspetti, perché non c'è una verità assoluta. A conti fatti il processo di sostenibilità di un'azienda deve puntare al continuo miglioramento su tutti fronti in modo trasparente».

 

Come ha sottolineato Marc Sondermann, «è ridicolo che ci siano realtà che parlano di ecologia, magari solo perché hanno inventato un capo sostenibile. Invece la responsabilità ambientale e sociale è un discorso complicato, che deve essere affrontato in modo ponderato».

 

Significativa la case history di Isko, colosso del denim turco, ingredient brand di uno dei segmenti più inquinanti nel mondo della moda. «La sostenibilità è nel nostro dna da sempre - ha raccontato Elena Faleschini, global field marketing manager dell'azienda -. Lavoriamo con brand della moda, del lusso, dello sportswear e abbiamo una visione globale di un settore in cui la velocità non procede di pari passo in tutti i Paesi. In Nord Europa l'ecologia fa parte del dna della moda da sempre; l'Europa del Sud è più indietro, ma l'Italia per esempio negli ultimi tre anni sta facendo molti progressi anche sul fronte ingredienti».

 

«In primo luogo - ha chiarito Faleschini - bisogna puntare sull'innovazione responsabile, perché non è necessario per forza consumare meno, mentre è fondamentale lavorare sulla qualità dei materiali e sull'innovazione di prodotto e processo. La nostra fortuna è che abbiamo una capacità produttiva di 300 milioni di metri di denim l'anno e che tutto viene fatto sotto lo stesso tetto; quindi possediamo il controllo sui processi. Sul fronte del  prodotto è basilare anche lavorare con i nostri clienti, per accertarci che ricevano prodotti di alta qualità, che siano durevoli o protetti da brevetti. E poi sono molto importanti  le certificazioni, e in giro oggi ce ne sono moltissime, purtroppo! - ha puntualizzato la manager-. Basti pensare che la Eu Ecolabel o la Nordic Swan Ecolabel sono molto importanti in Nord Europa, mentre in Sud Europa sono conosciute da pochissimi».

 

«Un'altra mission di Isko - ha aggiunto Faleschini - è educare il pubblico, a partire dal consumatore finale per proseguire con gli studenti nelle scuole, per arrivare ai brand stessi, a cui proponiamo dei seminari di approfondimento. Imprescindibili da questo punto di vista sono la trasparenza e la tracciabilità, che aiutano a essere compettivi in modo positivo e a collaborare tra fornitori, brand e supplier, per far sì che in futuro magari si potranno settare degli standard internazionali. Perché alla fine le persone chiederanno sempre più informazioni e sempre più le cercheranno online».

 

Altro focus del panel è stato dedicato al mondo digital, grazie all'intervento di Stefano Mocellini, founder e ceo di Diana E-Commerce Corporation, specialista del fashion-e-commerce con un centinaio di dipendenti tra Milano, Padova e New York.

 

L'imprenditore ha spiegato come si fa a supportare le aziende nel percorso di digitalizzazione in modo sostenibile: «La cosa fondamentale è dare un loro un valore aggiunto, per aiutarle a ottimizzare il business. Bisogna mettersi nei panni del brand in modo da trovare la strada migliore per incentivare il business. Oggi per esempio grazie alla nuove tecnologie si possono vincere sfide significative come la gestione ottimale del magazzino, evitando l'onerosa immobilizzazione delle scorte».

 

Un altro aspetto, ha spiegato Mocellini, è che ci sono momenti nella vita di un'azienda che vanno capiti per aiutare a trovare delle soluzioni che non portino per forza a dover vendere: «Bisogna stendere delle roadmap a quattro/cinque anni per ottimizzare gli investimenti e puntare a una crescita sostenibile per il business, senza mettere sotto stress l'impresa. Se un imprenditore decide di internalizzare l'e-commerce, bisogna capire se l'azienda è pronta ad affrontare questo passo».

 

Grazie alla tecnologia si possono aiutare nel percorso di digitalizzazione anche piccole e medie aziende che un tempo non potevano permettersi investimenti onerosi: «Si punta a creare tool che permettano di avere una velocità di reazione molto maggiore, una semplicità di utilizzo superiore e un time to market immediato. I software diventano più intelligenti, più facili da usare. Noi per esempio tra le aziende di servizi abbiamo sposato due realtà di servizi cloud-base come Salesforce e Shopify perché sono il top sul mercato e vanno bene per diversi tipi di esigenze aziendali».

 

E a proposito della diatriba tra sourcing e outsourcing nell'e-commerce, il manager ha dato il suo personale consiglio: «Il primo miglio deve essere fatto internamente, perché in questo modo si crea un know-how che permette di poter scalare in futuro».

 

Anche per Diana E-Comerce Corporatio, Mocellini ha scelto di intraprendere un percorso sostenibile: «Non possiamo stressare il sistema per vendere più progetti di quanti possano essere gestibili. Bisogna concentrarsi su quelli che possano essere gestiti in modo ottimale, perché il boom del digital permette di avere crescite esponenziali, ma devono essere sostenibili e continuare a erogare qualità. E per noi qualità è un concetto molto vicino alla sostenibilità».

c.me.
stats