sotto la lente le pratiche di gucci in asia

Botta e risposta fra Peta e Kering sul "caso lucertole"

Non è passato molto tempo da quando Kering, casa madre di Gucci, è salita sul podio dei Peta Fashion Awards 2021 (insieme, tra gli altri, ad Armani e Valentino) ed ecco che proprio il brand ammiraglio del gruppo francese viene messo pesantemente in discussione dalla stessa associazione animalista.

Peta Asia ha condotto un'indagine in un mattatoio indonesiano, che secondo gli autori rifornisce Gucci, dove le lucertole vengono sottoposte a pesanti torture prima di essere uccise.

La vice presidente dei programmi internazionali di Peta, Mimi Bekhechi, non è tenera con il marchio della doppia G: «Sta chiudendo un occhio sulla sofferenza degli animali. La crudeltà è inerente alla produzione del commercio di pelli esotiche ed è ora che Gucci si unisca alle numerose case di moda che le hanno già bandite». Tra queste Chanel, Victoria Beckham, Mulberry e Paul Smith.

Il filmato diffuso da Peta Asia «contraddice direttamente le affermazioni della parent company di Gucci, Kering - aggiunge Bekhechi - che si è impegnata a implementare e verificare i più alti standard di benessere degli animali lungo le sue catene di approvvigionamento, così come le sue linee guida su questo tema».

La risposta di Kering non si fa attendere. «Da sempre il gruppo persegue i più elevati standard relativi al benessere animale, al welfare, alla sostenibilità e alle condizioni di lavoro nel sourcing di pelli preziose - si legge in una nota -. Lavoriamo inoltre in sinergia con diverse associazioni industriali per migliorare le loro pratiche».

«Si tratta di pelli per le quali ci impegniamo a centrare l'obiettivo di una tracciabilità al 100% - prosegue il comunicato - in stretta ottemperanza agli Standard Kering relativi all'approvvigionamento di materie prime e ai processi manifatturieri da qui al 2025».

Entrando nello specifico, «prendiamo in seria considerazione le accuse, ma non ci sono prove che i marchi di Kering siano direttamente o indirettamente legati a queste realtà o pratiche, che sono rigorosamente vietate dagli standard sul benessere animale stabiliti dalla società».

«Non appena queste stesse pratiche sono state sottoposte alla nostra attenzione - conclude la nota - abbiamo lanciato un'investigazione interna. Se ci fosse una comprovata connessione tra l'impianto in questione e la nostra catena di fornitura, la cessazione del rapporto sarebbe immediata. Ribadiamo di essere focalizzati sul continuo miglioramento della tracciabilità e del benessere animale nelle supply chain di cui ci avvaliamo».







a.b.
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