Fashion Annual Talk Mediobanca

Stone Island, Golden Goose, Piquadro: le strategie delle lepri

Al primo Fashion Annual Talk di Mediobanca le strategie, il rapporto con la finanza e altre storie di tre marchi in accelerazione: Stone Island, Golden Goose e Piquadro.

«Me ne frego di ciò che fa la moda, che è ondivaga, e prima o poi la moda mi viene addosso»: così Carlo Rivetti ha sintetizzato la chiave del successo di Stone Island, di cui è direttore creativo (oltre che presidente di Sportswear Company, cui fa capo il marchio).   

Alla tavola rotonda organizzata ieri a Milano, nella sede di Mediobanca, moderata da Giulia Crivelli, giornalista de Il Sole 24 Ore, l’imprenditore ha confessato che la sua unica ossessione è il prodotto, vale a dire «fare ciò che nessun altro fa». Dopodiché si passa alla protezione assoluta del prodotto: niente sfilate, nessuna presentazione alla stampa, no al womenswear.

Premianti anche certe intuizioni come il see now buy now, messo in pratica già sette anni fa. «I nostri consumatori sono famelici, dal nostro sito Internet abbiamo ritorni da rock star». Il discorso non cambia offline: «Nei negozi il consumatore finale ne sa più degli addetti alle vendite». Con loro però è importante instaurare un rapporto di onestà. Non a caso, per garantirsi un’offerta coerente con quanto esprime da sempre il marchio, Stone Island ha deciso di prendere il controllo del suo storico produttore di maglieria, a Mirandola (Mo), e della tintoria di riferimento.

In Golden Goose invece hanno l’ossessione delle sneaker, che realizzano mediamente in 8 ore, dalle 2-3 di una produzione normale. «Siamo giovani ma ci lasciamo influenzare dal saper fare degli artigiani della terra di origine, il Veneto», ha raccontato il ceo Silvio Campara. Comodità, performance, prodotto sono le priorità del marchio che nel 2018 ha totalizzato quasi 190 milioni di fatturato (+30% sul 2017), di cui l’80% realizzato all’estero. «Siamo a questi livelli - ha ammesso Campara - grazie a quei buyer che hanno saputo trasmettere il nostro messaggio. I clienti sono le nostre celebrity, non abbiamo mai pagato nessuno per vestire Golden Goose».

Anche Marco Palmieri, presiedente e ceo di Piquadro, si dice ossessionato dal prodotto. Con l’acquisizione di due brand come The Bridge e Lancel ha archiviato i primi nove mesi al 31 dicembre 2018 a 107milioni di euro di ricavi, in aumento del 50,5%. «Ora bisogna far sì che i marchi non si assomiglino. In tal senso la governance diventa il vero distinguo». E se negli anni Ottanta lo stilista era il re, Palmieri è convinto che oggi il vero monarca è il Crm (customer relationship management, la gestione della relazione con il cliente): «Più entriamo nel mondo della relazione con il cliente più e invadente. Ma conoscere il viaggio del consumatore nel nostro mondo è estremamente importante».

Un altro tema dibattuto nel corso del talk è stato il rapporto con gli investitori istituzionali, e in particolare il private equity, con cui hanno o hanno avuto a che fare tutte e tre le aziende ieri sotto i riflettori.

Stone Island, che prevede di chiudere il 2018 sfiorando i 200 milioni di fatturato (dai 147 milioni del 2018), ha come socio il fondo di Singapore Temasek (con il 30% del capitale), entrato nel 2017. «Era una scelta rimandata da molto tempo, poi sono arrivate le persone giuste - ha raccontato Rivetti -. Mi è piaciuto il loro approccio elegante, il fatto che non ambissero alla maggioranza. Ho messo in sicurezza la mia famiglia e sto ricevendo un grande aiuto: hanno una visione di ciò che sta succedendo che da Crevalcore si fa fatica a percepire».

Quanto a Golden Goose, nella sua giovane storia conta due esperienze con i fondi: nel 2015 con il controllo in mano al fondo Ergon e nel 2017, con l’acquisizione da parte di Carlyle. L’apertura al private equity di Silvio Campara è senza remore: «Ho avuto la fortuna di conoscere Roberta Benaglia (fondatrice di Style Capital Sgr, ndr) e lavorare con lei per Sundek. Ho capito che l'importante non è lavorare per il fatturato ma per creare valore». 

Piquadro, invece, ha aperto al private equity ai suoi inizi poi ha optato per la quotazione in Borsa (nel 2007) per finanziare i suoi progetti. «Siamo stati fortunati - ha ricordato Palmieri - abbiamo trovato persone perbene, che non volevano speculare». «I fondi prima e la Borsa dopo - ha concluso - aiutano non solo a reperire denaro ma ad avere un confronto».

e.f.
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