Fashion Transparency Index 2022

Ovs, H&M e Vf campioni di trasparenza, ma la moda ha ancora molta strada da fare

Non c’è sostenibilità senza trasparenza. Questo l’assunto del Fashion Transparency Index 2022, il settimo report del movimento no-profit legato alla moda sostenibile Fashion Revolution, che ogni anno stila una graduatoria delle aziende dalla policy più trasparente.

Sotto la lente oltre 250 marchi e case di moda del settore (lusso, sportswear, accessori, calzature e denim) con un fatturato superiore ai 400 milioni di dollari, giudicate sulla base della divulgazione pubblica delle practice relativamente a 246 parametri tra cui l’impatto sull’ambiente, i processi legati alla filiera produttiva, lo smaltimento dei rifiuti, ma anche i diritti umani, come le condizioni di lavoro e la parità di genere.

Risultato: per il secondo anno consecutivo il gruppo italiano Ovs (nella foto), grazie a una percentuale pari al 78%, ha battuto lo svedese H&M, che vince l’argento con un 66% (due punti in meno rispetto al 2021). A pari merito con il fashion retailer guidato da Stefano Beraldo, le catene Kmart Australia e Target Australia.

La medaglia di bronzo va a due marchi del gruppo Usa Vf: The North Face e Timberland (66%). Bisogna scendere a metà classifica per trovare la prima azienda del lusso, ossia Gucci (59%), seguita da Puma (58%) e da Esprit (57%).

Nel terzo gruppo più trasparente dell’elenco figurano anche Pvh, con marchi come Calvin Klein e Tommy Hilfiger, ma anche il gruppo Calzedonia, che si mette in mostra grazie all’accelerazione più significativa, dall’11% del 2021 al 54% del 2022. Scorrendo la classifica si incontrano poi Asos, Fendi e colossi dello sport come Nike, Adidas e Lululemon.

Nel gruppo con punteggi compresi tra 41 e 50 punti, si trovano la spagnola Mango e Inditex, ma anche Levi Strauss, colossi giapponesi come Uniqlo e Asics, il tedesco Hugo Boss e marchi di lusso come, tra gli altri, Balenciaga, Saint Laurent o Bottega Veneta. Zegna ha ottenuto un 37%, posizionandosi tra i primi 150 classificati.

Da notare che anche le aziende fortemente criticate per i loro standard sociali e ambientali, tra cui il gigante cinese Shein, sono entrate nell’Index 2022.

A chiudere con punteggi compresi tra lo 0% e il 10% ci sono 73 tra marchi, mentre tra i meno trasparenti (con punteggio pari a 0%) figurano brand come Jil Sander e Tom Ford.

Nonostante gli sforzi e i passi avanti fatti in generale dalle aziende della moda, il report sottolinea che molto resta da fare sul fronte della trasparenza, conditio sine qua non per una maggiore sostenibilità.

Basti pensare che i marchi presi in considerazione hanno ottenuto un punteggio medio del 24%: la maggior parte dei player (ben l’85%) non comunica i propri volumi di produzione e il numero di lavoratori della propria supply chain e solo il 29% pubblica un obiettivo di decarbonizzazione.

Sul fronte dell’impegno sociale, nonostante i proclami e le «dichiarazioni di facciata» affidati ai propri account social, solo l’8% delle aziende in questione rende note le iniziative portate avanti in fatto di uguaglianza razziale ed etnica.

«È frustrante vedere la continua mancanza di trasparenza da parte dei marchi su questioni critiche come il volume dei rifiuti, l'impronta di carbonio e dell'acqua e la retribuzione dei lavoratori», dichiara Liv Simpliciano, responsabile delle politiche e delle ricerche di Fashion Revolution.

Tuttavia le cose stanno migliorando. «Nel 2016 solo cinque grandi marchi su 40 (12,5%) hanno reso pubblici i propri fornitori - sottolinea Carry Somers, co-founder e direttore operativo globale di Fashion Revolution -. Sette anni dopo lo hanno fatto 121 su 250 (48%). Questo dimostra che i brand stanno davvero ascoltando i milioni di persone in tutto il mondo che continuano a chiedere politiche più sostenibili».

a.t.
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