la parola alle fashion school

Michele Lettieri (Iuad): «Creatività e progettualità sono due facce della stessa medaglia»

Nata da un'idea di Domenico Lettieri, maestro dell'arte sartoriale, l’Accademia della Moda Iuad di Napoli è attiva da ormai più di 40 anni. Intervenuto alla recente edizione di Fashion Graduate a Milano, dove l'istituto ha presentato 10 progetti dei migliori studenti, il presidente Michele Lettieri ha fatto il punto sulla formazione e le sue sfide.

Con quali strategie avete affrontato i cambiamenti degli ultimi anni nel rapporto tra scuola e impresa?
Abbiamo cercato di instaurare un dialogo costante tra le parti, con lo scopo di capire meglio le necessità e le richieste delle aziende, individuando profili professionali al passo con i tempi.


Come si evolve il lavoro creativo?
Deve sempre partire dall'originalità e dall'armonia nell'esecuzione del progetto. Non possono esserci una frattura tra il designer e il mercato, o una retorica legata allo stilista come puro creatore: il fashion designer sa che il fine di ogni nuova collezione è essere venduta. In quest'ottica lavoriamo con docenti che sono veri professionisti del settore, con alle spalle anni di esperienza sia nel campo della formazione che in quello aziendale. Vogliamo formare figure vicine a quella cultura del progetto che trae la sua ragion d’essere dall’industria, dal mercato e anche dal contesto storico in cui viviamo.

Con quali strumenti è possibile evitare lo scollamento tra le percezioni del creativo e quelle del consumatore finale?
È vero, ci può essere un disallineamento tra gli aspetti percepiti dal pubblico come decisivi e quelli ritenuti fondamentali dal designer. Quest'ultimo, tra l'altro, è fortemente influenzato dai giudizi e dalle idee che circolano all’interno della sua business community, tra i i colleghi, “i pari”, e può rischiare l'autoreferenzialità. Del resto, è interesse del creativo esaltare gli aspetti di originalità del prodotto, in qualche caso superando la stessa accettabilità da parte dei consumatori. Noi cerchiamo di lavorare sull'identità, attraverso percorsi formativi anche all'insegna di commistioni di arti e mestieri - dal design della moda e degli interni, fino alla modellistica industriale -, utilizzando un sistema protetto da copyright per tutti i settori dell’abbigliamento: uomo, donna, bambino, casual, underwear, intimo, maglieria, corsetteria e camiceria.

Quali sono le priorità per voi in questo momento?
Delineare profili professionali che tengano conto degli aspetti commerciali, sartoriali e di prodotto, in modo da ridurre la componente di rischio che c'è nella progettazione: questo è possibile attraverso un maggiore coinvolgimento reciproco tra le parti creativa e industriale. Oggi gli uffici stile interni delle imprese sono veri reparti di produzione estetica e culturale, in grado di rielaborare gli elementi di originalità che circolano liberamente nell'universo simbolico di un marchio o di una linea di prodotto.

Come pensa che si evolverà il ruolo del fashion designer?  
Lo sviluppo di competenze creative indipendenti da un sistema industriale manifatturiero, spesso vagheggiato da chi pensa a un mercato globale della moda diviso tra fabbriche localizzate in Paesi a basso costo del lavoro e progettazione, mi sembra di difficile realizzazione. Questo modello può essere valido per i servizi finanziari e per il mondo della comunicazione o dei media ma non per il sistema moda, in cui la creatività genera valore soltanto nel momento in cui quest'ultimo è intrinseco agli abiti e alla componente materica di tessuti, filati, fibre tessili e pelle. Possiamo trarre vantaggio dalle nostre tradizioni e dalla cultura, per lavorare in maniera etica.  

a.c.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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