scomparso a 65 anni per covid

Ricordando Giovanni Gastel, uno dei più grandi fotografi di moda

Innumerevoli i messaggi di cordoglio dopo la notizia della morte di Giovanni Gastel, nato a Milano il 27 dicembre 1955 e morto sabato scorso per Covid. Era da alcuni giorni ricoverato nella terapia intensiva dell’Ospedale della Fiera di Milano e non ce l’ha fatta nella sua lotta contro le complicazioni dovute al virus.

Ad aggravare la situazione, fino a renderla irreversibile, sono state complicazioni  dovute anche al suo stato di salute. Lascia la moglie Anna e i figli, di cui tanto era orgoglioso e i suoi amatissimi fratelli.

Scompare con lui una pagina imprescindibile della storia della fotografia italiana. L’artista milanese era noto come il “fotografo bifronte”, in quanto l’identità delle sue immagini comunica e indaga su quella dello stesso autore. Per lui fotografare era compiere un viaggio introspettivo all’interno dell'individualità, che continuava anche nei suoi scritti.

Per capire meglio il suo percorso bisogna risalire alle origini, là dove tutto è cominciato.

Gastel era l'ultimo dei sette figli di Giuseppe Gastel e Ida "Nane" Visconti. Rampollo, cioè della più alta borghesia e della massima nobiltà lombarda, erede insieme degli Erba e degli antichi signori di Milano, nonché nipote di Luchino Visconti.

Si muoveva dunque nel territorio arduo e problematico in bilico fra l’alterità nobiliare e il cambiamento sociale, in cui il transito tra questi due diversi codici.

Mondi ancora separati ai tempi in cui Giovanni Gastel è venuto al mondo, dieci anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, con il conseguente boom economico: una dicotomia che si traduce nel giovane Gastel in una forma di malessere e di ansia, che lo porta a non apparire e a esporsi il meno possibile. 

Ma dopo uno scampato pericolo nel 1958, elaborato lentamente, si spalanca davanti a lui un forte desiderio di recuperare il tempo perduto, che lo spinge a trovare una duplicazione del vivere tramite la poesia, che inizia a praticare nel 1969, e che diventa una fessura sul suo universo interiore. A questo si aggiunge l’esperienza teatrale assieme alla sorella Cristina nella compagnia Esperimento Uno, che travolge il suo perimento difensivo.

L’esercizio poetico e l’azione sulla scena sono il primo passo della riconciliazione degli opposti e della volontà di sottrarsi alla "morte in vita", che sfocia nella fotografia, uno strumento adatto per veicolare la sua "forza nervosa" su oggetti e volti di un mondo a lui esterno. 

Nel dicembre del 1969, con la bomba e la strage nella Banca dell'Agricoltura di piazza Fontana a Milano, hanno inizio gli anni del terrorismo, che irrompono nella vita lenta della borghesia cristallizzata e mummificata milanese.

Nel 1970 esprime una compatta luminosità la mostra Nuova Figurazione Usa alla Rotonda della Besana, in cui la durezza cromatica della Pop Art diventa un lampo nella vita di Giovanni.

Questo episodio lo induce a ribaltare ogni suo pensiero borghese, mettendosi alla ricerca di una manifestazione di energia che gli permetta di ascoltare i battiti del suo cuore e registrare nella mente il soffio delle cose e della vita: da qui nascono le prime foto.

Inizialmente le immagini riguardano gli innumerevoli viaggi, che lo spronano verso un condensato estetico di una visione lucida e cosciente della attualità.

Ma già in precedenza, negli anni Sessanta, Gastel trova i primi riferimenti fotografici di moda, sfogliando Vogue, che la madre riceve in abbonamento a casa, dove sono pubblicate le foto di Cecil Beaton e di William Klein.

Nel 1974 la passione della fotografia prende decisamente il sopravvento e si tramuta in professione: Gastel fonda il suo studio e ottiene le prime commissioni per cataloghi e produzioni di oggetti.

Nel 1975 entra in contatto, attraverso un salotto bene della borghesia milanese, con Carla Ghiglieri, che nel 1980 lo introduce nel campo del reportage di moda e di quella fotografia che sta rinnovando il suo linguaggio grazie a Ugo Mulas, Oliviero Toscani, Horst P. Horst e Walker Evans.

Per la moda il decennio dei Settanta segna il passaggio dalla haute couture al prêt-à-porter e la fotografia assume una funzione non più solo onirica, ma commerciale.

Questa svolta coincide nel 1977 con la decisione di Gastel di avviare l’Alexandra Studio, in società con Bardo Fabiani e assieme ad Angelo Annibalini e Uberto Frigerio, dove può utilizzare e sperimentare le macchine e le camere oscure professionali.

Dopo un periodo di formazione in cui fotografa ricche dimore e preziosità per la casa d’asta londinese Christie’s, entra nel grande circuito delle immagini per centinaia di riviste e settimanali, fino ad arrivare all’esplosione della moda, negli anni Ottanta: un periodo in cui la ricerca di un messaggio mediatico spettacolare deve attirare e sostenere l’attenzione su un prodotto accessibile.

Dal 1982 le immagini pubblicitarie di Gastel vengono consacrate dalle pagine di riviste come Donna e Mondo Uomo, grazie alla potenza di un'impronta cromatica di matrice pop.

Un linguaggio nuovo della fotografia e della moda che si riflette in un mondo parallelo, definendo la sua dimensione bifronte, dove il corpo dei modelli è assente, per lasciare campo ai vestiti e soprattutto agli oggetti, in inedite contaminazioni.

Nascono così le collisioni tra una camicia e le ali di una farfalla, una bottiglia di profumo e una lama, un mazzo di banane e una cravatta, delineando ampliamenti di dislocazioni e di straniamenti teatrali. Aiutato dall’uso della Polaroid, che l’accompagnerà fino agli anni Duemila, Gastel crea memorabili campagne per Krizia, Trussardi, Versace e altri.

L’espansione del made in Italy accelera redazionali e pubblicità all'insegna di un linguaggio ripetitivo, che coincide per Giovanni con una crisi psicologica non risolta: dal testo intitolato Considerazioni sulla potenza delle Benzodiazepine, scritto nel 1988, emerge il male di vivere tra solitudine e fantasmi controllati dalle medicine, che segnerà i futuri dieci anni di creatività.

I profondi cambiamenti editoriali e comunicativi, attuati da Anna Wintour alla direzione di Vogue Usa e da Franca Sozzani a ricontestualizzare Vogue Italia rafforzano quella fotografia artificiale e di lusso, che sfocia in un’estetica del non finito e dell'imperfezione, pronta a migrare dallo spazio chiuso di uno studio alla realtà della strada.

Per Gastel comincia la fase della sperimentazione e l’effetto è un’alterazione, se non de-figurazione, delle connotazioni anatomiche della modella, per cercare con occhio poetico un modo diverso di fotografare: da ricordare gli scatti per Avanguardia o Tradizione del 1989, fino a Vogue Espana del 1990 e alla campagna per Swarovski del 1991.

Dal 2000 arricchisce il suo discorso sulla moda immettendo l’ambito architettonico, che diventa il luogo della contemplazione: si va da Disegni Animati del 2001 a Doppio Gioco del 2004, fino alle "campagne immaginarie" di Prénatal dal 2003 al 2005. Un messaggio atemporale che congiunge passato e futuro.

Dal 2010 Gastel si concentra sul ricucire il nodo primario tra immagine e poesia, integrando la propria conoscenza letteraria e artistica in nome di un’estetica trasgressiva, connessa con la storia delle immagini sperimentali come emblemi di un vortice purificatorio, da cui uscire rigenerato ed entrare in sintonia con il mondo creativo più contemporaneo. Basti pensare a Design Magico del 2012, a Storie Living del 2013, fino a Frammenti di nudi, raccolta di scatti ripresi dal 1949-1950, che si ritrovano nella campagna Yamamay del 2016.

Un ritorno all’energia che lo porta al passaggio dall’oscuro al luminoso, dove la fotografia passa «dall’esprimere all’imprimere»: accade per esempio in Eterno Istante del 2015, fino alla recente mostra al Museo Maxxi di Roma, con una selezione di 200 ritratti di persone del mondo della cultura, della moda, dell’arte, della musica e della politica, che lo stesso Gastel ha incontrato durante i suoi 40 anni di carriera.

Una traversata continua alla ricerca profonda dell’empatia umana, scandita dalla capacità di leggere le persone in base a una semplice regola, che recitava lui stesso sul set agli assistenti, desiderosi di apprendere la magia alla base di ogni scatto: «Quando inquadri con la macchina, non scattare subito. Immaginati un’inquadratura diversa. Qualcosa di inatteso. Un’altra angolazione. Troverai non solo un’inquadratura e un’immagine differenti, ma uno scatto che rispecchia te stesso, il tuo punto di vista».

a.c.

Il fotografo bifronte: Omaggio a Giovanni Gastel


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