Scomparso a 74 anni

Addio a Peter Lindbergh: la bellezza dell’anima attraverso uno scatto

Peter Lindbergh, scomparso a 74 anni, è stato un fotografo di moda. È innegabile. È la moda a scoprire il suo talento dopo aver studiato arte Duisburg. È la moda a offrirgli la possibilità di svilupparlo. È la moda a Parigi, dove si trasferisce nel 1978, ad avergli fatto raggiungere il successo internazionale, immortalando in quel periodo molte top model e attrici come Christy Turlington, Kate Moss, Naomi Campbell, Monica Bellucci, Linda Evangelista, Eva Herzigova, Cindy Crawford, Stephanie Seymour, Isabella Rossellini, Kate Winslet, Nastassja Kinski e Tatjana Patitz.

Lui ha ben ricambiato la moda. È infatti diventato uno dei più grandi fotografi del mondo. Ed è stato questo settore a regalargli la possibilità di scattare un’infinità di immagini di cover ed editoriali in più di 40 anni, nel magazine Vogue e in riviste come Marie Claire, Interview e Harper's Bazaar.

Tuttavia, identificare la figura di Lindbergh con quella di un semplice fotografo di moda non spiega affatto chi è stato l’uomo e cos’è la sua arte del bianco e nero.

Di spirito irrequieto, amava viaggiare fisicamente e con la mente. Ma se spostarsi da un luogo all’altro nel mondo è anche un obbligo professionale, viaggiare con la mente è soprattutto una scelta. Lo dimostra il fatto che alla fotografia patinata aveva affiancato molti reportage dedicati alla figura femminile, che si sono trasformati in libri come 0 Women by Peter Lindbergh del 1993 e Peter Lindbergh: Images Of Women del 2004. Una sfida e una passione che lo hanno portato negli angoli più disparati e più caldi del pianeta, dai Balcani al Medio Oriente, fino all’Asia e all'America Latina.

Ma lo dimostra anche e soprattutto il suo modo di fare fotografia nelle edizioni del celebre calendario Dieux du Stade del 2009. Perché prima ancora che un fotografo di moda, Peter Lindbergh è stato un grande ritrattista, che nella ricerca del ritratto perfetto ha manifestato il suo genio. Di ricerca, infatti, nelle sue opere ce n’è molta, anzi moltissima.

Nel corso della sua carriera ha esercitato il suo talento nelle forme più diverse di ritratto. Non lo faceva in funzione solo di un argomento, ma anche del soggetto che aveva davanti. Perché ogni soggetto aveva qualcosa di personale e unico da esprimere. Ogni volta era necessario inventarsi uno stile diverso, per consentire di esprimerlo fino in fondo. 

La scenografia che fa da sfondo ai suoi scatti può essere una stanza, una strada o un fondale di uno studio.  Il corpo può essere nudo e vestito. La foto può essere a colori o in bianco e nero. La tecnica può essere audace o classica.

Il gioco delle possibilità per Lindbergh era infinito, ma sempre funzionale. Così come il suo atteggiamento sul set. Quando lo si vedeva fotografare era infatti tutto molto veloce ed estremamente semplice. Ma era proprio questa apparente semplicità che invece permetteva a Lindbergh di mettere a proprio agio il soggetto. Perché lui cercava a un’unica cosa, tirare fuori l’anima di chi aveva davanti. Il fatto che ci riusciva era ciò che lo rendeva unico e immortale. 

a.c.

stats