The day after

Dolce&Gabbana: dopo le piattaforme cinesi, anche Ynap boicotta la griffe

Un incubo dal quale è difficile risvegliarsi e che continua a fare paura: dopo la notizia della cancellazione della sfilata, ieri 21 novembre, i prodotti di Dolce&Gabbana spariscono dalle piattaforme cinesi come Tmall, Jd.com e Suning. E anche il gruppo Ynap "punisce" lo scivolone della griffe.

Una condanna amara, per un marchio che in Cina realizza oltre il 30% delle vendite e che sul territorio conta 50 boutique monomarca. Un mercato immenso, dove al traguardo del 2025 ci saranno 7,6 milioni di famiglie che copriranno vendite di beni di lusso per ben un trilione di renminbi. E che ora mostra il suo volto ostile alla griffe.

Su Weibo D&G è tra i primi trending topic, dopo l'uragano scatenato dai video definiti "razzisti e sessisti" pubblicati dalla griffe e dai commenti al vetriolo di Stefano Gabbana sulla Cina (che secondo quanto afferma lo stilista sarebbero opera di hacker).

Sui social vengono caricate le foto di persone che bruciano i vestiti di Dolce&Gabbana, oppure li usano come stracci per le pulizie. Prova del potere immenso dei social: materiale incandescente da maneggiare con cura.

Dolce&Gabbana lo stanno sperimentando a proprio danno. Con i 20 milioni spesi a vuoto per organizzare il maxi show cancellato e ora con la "scomunica" da parte delle piattaforme di e-commerce.

Tra queste ci sono i tre big cinesi del settore Tmall, Jd.com e Suning, insieme ai cross-border NetEase Kaola e Ymatou, o a realtà del luxury come Secoo, Vip.com e Yhd.com. Una reazione a catena, che ora vede anche Ynap deciso a sospendere le vendite della griffe su tutti i siti.

Per Dolce&Gabbana è il momento di parare i colpi, sperando che l'effetto domino si arresti. E che l'eco delle polemiche prima o poi si spenga. Per poi ricominciare, purtroppo in salita.

c.me.
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