UNO SPEECH AD ANVERSA

Raf Simons: «Libero da condizionamenti, non tornerei indietro»

Prima apparizione pubblica ad Anversa dopo il divorzio da Calvin Klein per Raf Simons, che ha parlato davanti a 800 persone in occasione di un evento organizzato da Flanders DC.

Lo stilista, belga di nascita, è tornato a vivere nella città che più di ogni altra è legata alla moda nel suo Paese d'origine, riconcentrandosi solo sul marchio che porta il suo nome.

Nel suo lungo speech non ha mai nominato Calvin Klein, ma avendo più volte sottolineato l'importanza di lasciare libero spazio alla creatività, è quasi come se lo avesse fatto.

«Il rapporto tra i grandi marchi e i loro direttori creativi è in costante mutamento - ha esordito - a partire dalle tempistiche, che diventano sempre più corte. Quando ho iniziato il sodalizio con Jil Sander ancora non me ne rendevo conto, ma poi ho capito che i big brand, pur supportando il loro designer di punta, esisteranno sempre, a prescindere di chi tiene in quel determinato momento le redini stilistiche».

«Quando una realtà è così strutturata - ha aggiunto - le sue strategie sono molto legate al marketing e al denaro ed è molto difficile che uno stilista riesca a seguire bene i due aspetti».

Essendo stato ai vertici di Jil Sander, Dior e Calvin Klein, Simons sa bene di cosa parla: «Ti trovi tra l'altro in una condizione in cui devi stare sempre attento a quello che dici, perché non ti esprimi solo su te stesso ed è un attimo che tu venga criticato. In particolare, mentre lavoravo per Dior ero sempre circondato da giornalisti e questo mi faceva sentire a disagio».

Fondamentale per Raf è l'indipendenza. «I matrimoni d'interesse - ha sottolineato - possono essere pericolosi. Penso a quello è successo a John Galliano, quando ha perso il suo brand avendone ceduto la maggioranza».

«Non sopporto che il successo di un'azienda venga misurato esclusivamente in base ai numeri. Mi capita di vedere collezioni veramente scarse, ma che vengono elogiate perché hanno un business che funziona oppure perché fanno ingenti investimenti pubblicitari: così non va», ha aggiunto. 

Il 51enne creativo ha ricordato gli inizi della carriera, con Walter Van Beirendonck come mentore, «capace di infondere energia alle nuove generazioni. Allora non mi interessavo minimamente a realtà come Lvmh e le sue griffe: ero legato a Walter, Ann Demeulemeester, Dirk Van Saene, Dries Van Noten e Martin Margiela».

«Ognuno di loro - ha aggiunto - era indipendente, anche se il confronto era continuo, in particolare tra Walter e Dries che vivevano nello stesso stabile. Ciascuno riusciva a mantenere la sua individualità, pur facendo parte di una comunità. Una lezione che non ho dimenticato: ancora oggi amo considerare il mio gruppo di lavoro come una famiglia».

«Di questi tempi i consumi - ha detto - sono estremamente diversificati e fluidi. In giro c'è poco di nuovo ma, a parte questo, le gente può amare per esempio Celine indossare una borsa di qualcun altro, mentre per quanto mi riguarda da giovane adoravo Helmut Lang e, se fossi stato una donna, avrei avuto il guardaroba pieno di capi di Martin Margiela. Questa trasformazione non è in sé negativa, semplicemente rappresenta la realtà attuale».

Simons è apparso sereno e determinato ad andare avanti sulla sua strada: «Mi considero un combattente anti-fashion e intendo il più possibile rimanere giovane nel mio modo di pensare - ha concluso -. Non mi va di cedere ai marchi o comunque di soggiacere all'appiattimento. Con il mio brand voglio comunicare emozione, a prescindere dal fatto che gli abiti che disegno possano piacere o meno».

A cura della redazione
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