Il gioco si fa rovente

La partita di poker per il futuro del settore moda italiano, fortemente impattato dalla pandemia, ma già lanciato verso nuovi ambiziosi traguardi, entra nella sua fase più viva. Mentre si attende l'esito delle negoziazioni intorno al dossier Etro, giungono all'orecchio i dettagli delle operazioni Sergio Rossi, Nara Camicie ed Emilio Pucci.

È chiaro che sta accadendo ciò che in parte ci si aspettava fin dall'inizio della fase emergenziale: i soggetti forti potenziano le loro posizioni, stakeholder meno convinti delle loro prospettive monetizzano per approfittare dell'abbondanza di cash in circolazione e dietro le quinte si assiste a ogni tipo di condotta, pur di accaparrarsi gli asset più ambiti del made in Italy.

Evidentemente siamo solo agli inizi: nonostante le puntuali smentite di rito da parte dei soggetti coinvolti, è da alcuni mesi che si vocifera di un interessamento della holding Exor, cassaforte della famiglia Agnelli, per aggiudicarsi il controllo della Giorgio Armani. Lo stesso stilista aveva dato fuoco alle polveri a inizio anno non volendo più escludere, con parole ben ponderate, di fondersi con un gruppo più grosso e più strutturato, ma di matrice italiana. Di fronte a un’eventualità così clamorosa, va da sé che non esistano più tabù o mostri sacri.

È l'assetto stesso del sistema a essere in discussione, insieme alle modalità del fare business, profondamente mutate e in lampante necessità di nuovi contenitori.

Oltre a proprietari inediti e ad aggregazioni di nuovo conio si intravede dunque all'orizzonte anche il graduale, ma inevitabile, tramonto del tradizionale modello di fashion week.

Nonostante gli encomiabili sforzi degli organizzatori, Carlo Capasa in testa, competere con i francesi su un terreno che premia per definizione pochissimi player capaci di muovere, all'occorrenza, budget miliardari di comunicazione, non ha alcun senso per un tessuto economico come il nostro, basato da sempre sull'imprenditorialità diffusa e sulla netta prevalenza della piccola e media impresa.

Bisogna allora voltare pagina, con decisione: da un calendario asfittico, con una decina di nomi al giorno, è necessario passare a una griglia in grado di contenere quotidianamente fino a un centinaio di eventi, diffusi capillarmente sul territorio e capaci di far risplendere in pieno le potenzialità ricettive, (ri-)creative e culturali di Milano.

Essere grandi, oggi, è un vantaggio competitivo relativo. Molto più strategico è, invece, avere la competenza di far scalare aziende fresche, giovani e innovative. Dal gergo del venture capital è noto il termine gemmificazione. Ecco, è proprio a questo che la moda presentata a Milano, miglior espressione di un Paese intero, deve aspirare.

Le premesse stilistiche, produttive, comunicative, tecnologiche e finanziarie ci sono tutte. In nessun luogo al mondo vi è una tale concentrazione poliedrica di talenti. È venuto il momento di archiviare, con coraggio, gli schemi del passato. Lasciamo a Parigi il primato di una stantia e dispendiosa magnificenza.
Gettiamo il cuore oltre l'ostacolo e costruiamo un laboratorio inclusivo, foriero di cento inedite alleanze, che sappia entusiasmare e traghettare qui, in loco, i giovani da tutto il mondo.  Expat italiani in primis.

Marc Sondermann

Fashion Magazine 3/2021

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