Quando la partita si fa dura...

I numeri parlano chiaro.
Per il comparto bimbo l’incidenza del mercato estero sta diventando sempre più importante.
Secondo i dati più recenti di Confindustria Moda, dal 2014 al 2019 il peso dell’export sul fatturato di settore è salito dal 35,8% al 41,2%.
Nello stesso arco di tempo il valore della produzione italiana di kidswear si è ristretto dell’11%, mentre l’export del comparto è aumentato del 34%.
Non è dunque più sufficiente navigare sulle onde delle tendenze, ma bisogna sapersi imporre con decisione a livello globale.
Quando il gioco si fa duro, insomma, i duri iniziano a giocare.
E il dialogo con le aziende leader del settore dimostra che è proprio così.
Chi sa incidere sull’immaginario dei clienti genitori e junior con una proposta originale, iconica e chiaramente denotata si trova in cima al consueto sondaggio tra i negozianti top che pubblichiamo in questo numero.
Non solo: le realtà nostrane che se la giocano accanto alle licenze bimbo dei colossi del premium o del luxury sono anche quelle che investono con più determinazione in comunicazione virale, digitalizzazione e, molto miratamente, nel retail fisico di proprietà.
Ovviamente i grandi brand partono in vantaggio.
Ma chi ha coltivato una propria identità ha dalla sua il vantaggio dell’autenticità e del saper fare.
La spinta deve essere quella che anche nel mondo dell’adulto ha fatto nascere i digital native vertical brand: collaborazioni efficaci con personaggi in linea con il target.
Idee dirompenti possono far scaturire, in particolar modo sui giovanissimi, delle mode travolgenti. Vi sono diversi esempi che hanno fatto scuola in questo senso.
È ora necessario sistematizzare i propri sforzi in tal senso e imparare a fare una comunicazione che sappia coniugare l’autorevolezza del buon contenuto cartaceo con la carica senza limiti del web.
Sfida non facile, certo.
Ma per chi la spunta, tramite una vera padronanza del nuovo mezzo, non esistono più limiti.

Marc Sondermann

Fashion Magazine 02/2020
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