Small is beautiful

Il fascino che emana dalla moda bimbo è immutato.
La tentazione di creare un mondo magico, fiabesco, curatissimo intorno ai propri figli rimane più forte che mai.
Tutte le capacità manifatturiere più avanzate, incluse quelle artigianali, sono concentrate nel Belpaese.
Visti i non facili giri di boa del settore negli ultimi anni, la domanda mondiale di premium e luxury kidswear è forse cieca di fronte a tutto ciò? Nient’affatto.
Le ultime rilevazioni di Sistema Moda Italia evidenziano una situazione di sostanziale ripresa, con una crescita significativa del comparto nell’ordine del 2,8%, con un volume di fatturato complessivo di 2,76 miliardi di euro nel 2016, ben oltre i livelli pre-crisi di 2,65 miliardi di euro nel 2011.
A voler vedere meglio emerge, in realtà, il familiare quadro in chiaroscuro.
Mentre la domanda interna langue (-0,2%), l’export continua a correre, cosa che per la verità fa fin dal 2013, avendo fatto registrare un tasso di incremento del 4,4% negli ultimi 12 mesi.
Tra i mercati più ricettivi del momento si annoverano gli Emirati Arabi, la Francia, la Gran Bretagna e, a sorpresa, gli Stati Uniti. Anche la Germania mette a segno un’incoraggiante +2,2%.
Perché dunque nel comparto non tutti gioiscono? Come mai continuano a circolare voci di sofferenza, anche da parte di realtà di primissimo ordine?
La spiegazione sembra, in realtà, essere di disarmante semplicità.
Come da tradizione, il mercato bimbo ripete, con le dovute differenze in termini di scala, le note dinamiche della moda da adulto, in particolar modo di quella femminile.
Chi si dimostra innovativo e ricettivo nei confronti dei cambiamenti in atto, sia a livello distributivo e tecnologico, sia a livello di stile, vince. Chi rimane fermo, ancorato ai dogmi del passato, perde.
Questa distinzione, che sembrerebbe essere di per sé una vera e propria ovvietà, trova invece disarmanti riscontri nella realtà del business di tutti i giorni.
Nel nostro consueto sondaggio tra i negozianti della moda bimbo un’importante fetta degli intervistati ribadisce di guardare ai canali digitali, e soprattutto all’e-commerce, con malcelato scetticismo.
Gli aspetti tattili del prodotto di fascia elevata e la necessità del dialogo con i clienti nello store fisico emergerebbero come invalicabili limiti oggettivi alla vendita online.
Meglio desistere, dunque, anche per evitare noiose rogne con i marchi fornitori.
Nella fattispecie si tratta della stessa fotografia emersa dai nostri sondaggi nel mondo adulto fino a tre/quattro anni fa.
Tutti sappiamo che la realtà, da allora, è fondamentalmente cambiata. Ad oggi i più bravi retailer italiani del mondo adulto stanno cavalcando l’e-commerce a tutto spiano, sia per soddisfare le esigenze del mercato locale, sia per approdare con clamoroso successo direttamente nei Paesi esteri più promettenti.
La via da percorrere, dunque, è segnata.
È ardua e tutt’altro che semplice. Ma di alternative, in giro, non se ne vedono.
Ben vengano allora le numerose opportunità di aggiornamento che il mercato offre.

Marc Sondermann

Fashion Magazine 8/2017
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