Una partita globale

Con l’entrata di Versace nell’orbita del gruppo americano Michael Kors, il poker finanziario intorno ai top brand del made in Italy è entrato nella sua fase più viva.
Mentre si sussegue una sfilza sterminata di smentite, dai toni in parte addirittura sdegnati, la partita si alza di livello.
È ormai chiaro agli occhi dei più che si tratta di un affare di dimensioni inedite e che il brulicante vivaio chiamato made in Italy ha gli occhi dei grandi capitali internazionali puntati su di sé.
La valorizzazione di un asset quale il controllo della Gianni Versace a 1,8 miliardi di euro ha spostato i parametri di valutazione ulteriormente al rialzo.
Mentre sono oggettivamente sul mercato marchi dalla caratura di Trussardi e Roberto Cavalli, il Financial Times ha additato recentemente come prede nel medio termine anche realtà del calibro di Salvatore Ferragamo, Tod’s e Prada Group.
Al di là delle prevedibili alzate di scudo, dal sapore vagamente retorico, la vulgata che sta passando negli ambienti finanziari è che il Belpaese è in effetti ineguagliabile nella sua capacità di far nascere brand dall’appeal planetario, ma assai meno abile quando si tratta di estrarre il massimo valore dai strabilianti asset immateriali che sa creare. Sarà vero?
Vi sono anche episodi di segno opposto, ma il grosso dell’evidenza empirica sembrerebbe avallare questa chiave di lettura.
Dati alla mano, i bilanci di Gucci, Valentino, Fendi e Bulgari, per menzionare solo i casi più emblematici, confermano come un’oculata gestione manageriale, supportata dalla messa in campo di capitali ingenti e dalla capacità di galvanizzare le geniali risorse locali, porti a moltiplicare in modo importante l’investimento iniziale dei cosiddetti ‘predatori’.
Oltre al valore percepito degli asset stessi e alla limitatezza dell’offerta, esiste sull’altro versante una grande abbondanza di domanda, con fondi e gruppi fortemente capitalizzati, più propensi al rischio che mai e forti di una leva finanziaria che ai nostri imprenditori, anche ai più grandi, manca. Il tutto crea un cocktail che potrebbe nel breve portare a far affluire in Italia somme inedite, impegnate nell’intento di trascinare il nostro sistema a fare un ulteriore salto dimensionale.
Ironicamente, l’attuale quadro di incertezza politica sembrerebbe non scalfire affatto questo quadro di fondo. Ormai ci si è fatto il callo.
Quando ci si approccia al made in Italy bisogna - questo però sì – agire rispettosamente, in punta di piedi, come hanno finora saputo fare i francesi. Solo rendendo l’onore dovuto e studiando con umiltà le realtà che hanno reso grande l’Italia si può veramente pensare di aiutare il nostro sistema a esprimere appieno il proprio enorme potenziale.
È per questo che abbiamo pensato di dedicare questo numero alla figura emblematica di Giorgio Armani.
Senza il suo esempio il nostro settore non esisterebbe nella sua forma attuale. E senza studiare la sua grandezza non si può neanche immaginare di contribuire a creare valore dalle nostre parti dove, è importante sottolinearlo, continuano e continueranno a nascere realtà dalle prospettive più che rosee.

Marc Sondermann

Fashion Magazine 11/2018
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