CRISI DI GOVERNO

Uno scossone necessario

Non è un'iperbole affermare che in questi giorni è in gioco il futuro economico dell'Italia.
Numerose riserve familiari e i principali ammortizzatori sociali terranno ancora pochi mesi. Il debito pubblico sta schizzando a livelli mai visti. L'ingente pacchetto di aiuti europei ci sarà una volta sola.
Nel mentre, il virus continua a tenerci sotto scacco.
È dunque tassativo affidarsi a mani esperte, competenti e comprovate.
Soprattutto, è molto importante che ogni tentazione neo-statalista - a cui gli esecutivi a guida pentastellata hanno, in un'incredibile prova di irresponsabilità, ceduto in modo sistematico - venga ora soppressa sul nascere.
Abbiamo recentemente assistito a un vergognoso vortice di stipendi statali rimasti intatti quando l'economia produttiva annaspava e i dipendenti privati soffrivano; ad assunzioni nella pubblica amministrazione portate avanti ben sapendo di contribuire ulteriormente alla stasi economica del Paese; a fantasiose quanto irricevibili rivendicazioni sindacali, addirittura superiori ai tempi buoni, mentre centinaia di migliaia di aziende sono sull'orlo del collasso.
Senza stendere veli impropri, si è trattato di una condotta improntata alla più sfrontata delle indecenze.
Il tutto mentre il carico fiscale rimaneva scelleratamente immutato e servizi primari come sanità e istruzione cadevano sotto i colpi di una gestione non solo impreparata, ma apertamente incapace.
Difendere dunque l'operato di chi si è così cimentato non solo è improponibile: si deve anzi caldamente elogiare chi ha finalmente posto la parola fine a questo scellerato, quanto demenzialmente autocompiaciuto, teatrino.
Più che di improbabili "costruttori" abbiamo al contrario bisogno di metodici e rigorosi "smaltitori" di apparati statali in larga parte clientelari e parassitari, vera palla al piede di un popolo che continua a essere capace di produrre impareggiabili eccellenze a livello internazionale.
Le risorse disponibili vanno allora investite: 1) in una mastodontica riconversione di manodopera dalla burocrazia all'imprenditoria digitale; 2) nell'ammortizzare l'inevitabile calo di occupazione, che però va forzato nel pubblico impiego e nient'affatto nel collasso di settori strategici per il nostro futuro come la insostituibile filiera del made in Italy; 3) in sgravi fiscali per le regioni sane e i settori floridi, che potranno così assolvere in pieno al loro imprescindibile ruolo di locomotiva di tutta la Penisola produttiva.
Ogni tentativo di impedire questa riconversione fin troppo a lungo procrastinata farà solo perdere tempo prezioso.
L'Italia può e deve diventare un laboratorio creativo a cielo aperto da cui può trarre beneficio il mondo intero.
Le risorse europee vanno dunque impegnate per incentivare e traghettare i cittadini verso questo traguardo di grande autorealizzazione collettiva.
Vanno spezzati i lacci e i lacciuoli che tengono inchiodate vaste parti del nostro capitale umano nazionale alle catene di un sistema che le aliena, puntando invece a una destinazione costruttiva, vero retaggio del nostro inimitabile passato umanistico.
Per parafrasare Ronald Reagan, oggi, in Italia, lo Stato non è parte della soluzione.
In Italia, oggi, lo Stato è il problema.

Marc Sondermann

Fashion 1/2021

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