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Anci: la crisi investe anche il calzaturiero. Arretra l'Italia, export in calo nell'Ue

Dopo mesi di crescita, la crisi si fa sentire anche nel settore delle calzature. Questo il risultato dell'indagine dell'ufficio studi di Anci che, come ogni anno, ha promosso una rilevazione sulle proprie aziende associate, confermando le preoccupazioni già emerse in precedenza.

I primi nove mesi del 2012, spiega una nota, sono stati caratterizzati da una marcata contrazione dei consumi nazionali, già depressi dalla stagnazione dell'ultimo quadriennio e - fatto più allarmante - da un rallentamento delle vendite oltreconfine, in particolare nei mercati Ue, pur in un quadro di segno positivo (+3,9% nei dati riferiti ai primi otto mesi).

L'Unione Europea, dove sono dirette sette calzature italiane su 10, risulta l'area di destinazione più colpita, con un decremento del 12,5% in quantità e del 4,7% in valore rispetto al periodo gennaio-agosto 2011: Germania, Paesi Bassi e Austria mostrano flessioni in volume nell'ordine del 15-20% (tra il -8% e il -10% in valore), mentre cali a doppia cifra si verificano anche in Spagna, Polonia e Grecia. Arretrano del 9% i volumi verso la Francia, nostro primo Paese di sbocco, che registra però un +1,2% in valore.

In ambito extra-Ue, prosegue l'andamento positivo della Russia (+17,1% in valore e +11,2% in volume) e del Kazakistan (+30% in valore). Meno brillante ma comunque positivo il trend dell'Ucraina (+6,7% in valore e +0,2% in quantità). Sempre in progresso i risultati nel Far East, che segna globalmente un +28,4% in valore (Giappone +16,5%, Hong Kong +26,5%, Cina +60% e Sud Corea +36%) e in Medio Oriente (+16,7% in valore, con Emirati +16,3% e Arabia +25%), tanto che l’aggregato "Cina+Hong Kong" si conferma il nostro settimo mercato di destinazione, con oltre 252 milioni di euro complessivi.

Se la domanda estera appare in difficoltà, per lo meno nel nostro continente, decisamente più critica è la situazione nel mercato domestico, che incassa l'ennesimo risultato negativo dopo un ciclo di stagnazione che dura ormai da quattro anni.  I consumi di calzature - secondo il Fashion Consumer Panel di Sita Ricerche - nei primi nove mesi dell'anno hanno subito una flessione media del 3,8% in volume e del 4,2% in termini di spesa, con involuzioni soprattutto nei segmenti donna e bambino, quelli storicamente meno sensibili alle fasi congiunturali.

Notizie preoccupanti giungono anche sul fronte occupazionale. Secondo l'ufficio studi di Anci il numero delle imprese attive è sceso a 5.414 unità: 192 calzaturifici in meno rispetto alle 5.606 di dicembre 2011, con una perdita di addetti pari a 652 unità.

Le previsioni per la prima metà del 2013, conclude la nota, appaiono ancora improntate al pessimismo: una quota non trascurabile di imprenditori intervistati si aspetta un peggioramento nei risultati produttivi (37%) e nella raccolta ordini domestica (50%), anche se nutrono maggiori speranze sulla risposta dell'estero (il 22% prevede un arretramento, il 41% si attende stabilità e il 37% si dichiara ottimista).

“La fase recessiva attraversata dall’economia nazionale e la persistente debolezza di quella mondiale hanno influenzato negativamente l’andamento delle vendite di calzature in molti tradizionali mercati di sbocco - dichiara il presidente di Anci, Cleto Sagripanti -. È salita ancora la percentuale di aziende che lamenta ritardi negli incassi e quella che denuncia tensioni di liquidità. Si tratta di un ulteriore elemento di riflessione anche per la politica. Disciplinare i termini di pagamento e farli rispettare è oggi diventata una priorità assoluta anche per avviare una battaglia etica, che non è meno importante di quella della lotta all’evasione". "Certo, in questo aspetto lo Stato non può essere di cattivo esempio e deve necessariamente risolvere il proprio debito verso le imprese fornitrici - conclude -. La crescita economica e la moralità si recuperano anche in questo modo”.

 

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