BILANCI

Pitti Uomo chiude a quota 19mila compratori

A qualche ora dalla chiusura di Pitti Uomo, gli organizzatori forniscono un updating delle cifre rilasciate ieri, 15 giugno: si parla di oltre 19mila compratori, con l'estero sui livelli dello scorso anno, ma l'Italia in flessione tra l'8% e il 9%. Nel giugno 2016 - «Un'edizione record», fanno notare da Pitti Immagine - si era arrivati a quota 20.500 buyer. La cifra totale dovrebbe aggirarsi sui 30mila visitatori.

 

Come sottolineano i portavoce dell'ente fiorentino, «i grandi buyer internazionali e del nostro Paese eleggono Pitti Uomo come punto di riferimento globale per la dimensione lifestyle e lo scouting di qualità, dando ancora ragione ai criteri di selezione e segmentazione del salone adottati dal nostro marketing team».

 

Raffaello Napoleone, a.d. di Pitti Immagine, sottolinea come un fattore che ha influito sul -8-9% di italiani sia stato il massiccio sciopero dei trasporti, «un vero peccato».

 

Evidenzia, da oltreconfine, le performance di Giappone, Spagna, Stati Uniti, Corea del Sud, Russia, Nord ed Est Europa, Australia e Canada, a fronte della sostanziale stabilità di Francia, Turchia e Olanda e di un certo rallentamento da Cina, UK e Germania.

 

Questa la classifica per presenze: Germania, Giappone, Spagna, Regno Unito, Olanda, Cina, Francia, Svizzera, Turchia, Usa, Corea, Belgio, Austria, Portogallo, Russia, Svezia, Grecia, Danimarca, Polonia, Canada.

 

«La fedeltà dei compratori a Pitti Uomo - precisa Napoleone - si misura sul medio-lungo periodo: nelle edizioni estive, tra il 2009 e il 2017 gli stranieri sono passati da poco più di 6mila a circa 8mila, un incremento al cui interno si sono intrecciate dinamiche diverse tra le varie nazioni. Pensiamo al boom della Russia di 15 anni fa e al successivo calo: e adesso i russi sono nuovamente in aumento».

 

Altalenante anche la Cina, «forse perché si tratta di un’economia di mercato fortemente centralizzata e perciò bastano poche direttive per cambiare di colpo il comportamento di tutti gli operatori».

 

Gli Usa, secondo Napoleone, superato l’anno elettorale hanno ripreso a comprare, mentre nel Nord Europa c’è più voglia di moda, soprattutto italiana. Il post Brexit rappresenta un'incognita oltremanica. Quanto alla Germania, «l’unico rammarico - afferma l'a.d. di Pitti Immagine - è che lì i consumi interni sono ancora molto al di sotto delle possibilità date dalla ricchezza esistente».

 

Sull'Italia non c'è da drammatizzare, perché in fondo in fiera «le presenze di dieci anni fa sono pressoché le stesse di adesso».

 

Come giudicare questi risultati? «Dobbiamo pensare a cosa è successo alla nostra distribuzione: il retail classico si è molto ristretto, con consumi interni stazionari. Un compratore di una grande piattaforma digitale acquista molto di più di quanto può essere ordinato da una piccola boutique, sia pure di qualità».

 

Ma al di là di tutte queste considerazioni, «assistiamo a un andamento che riflette la sempre più stabile leadership internazionale del salone».

 

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