Convegno a Milano

Due giorni dedicati ai rapporti Italia-Cina

Un convegno dal titolo "Cina e Italia, due sarti in un mercato globale. Nuove sfide, nuove opportunità di business e partnership" ha coinvolto imprenditori, consulenti e rappresentanti delle istituzioni italiani e cinesi in una due giorni a Palazzo Mezzanotte, conclusasi sabato pomeriggio.

 

I lavori dell'undicesima edizione del Milano Fashion Global Summit - organizzato da Class Editori in collaborazione con The Wall Street Journal, la Camera Nazionale della Moda Italiana e Merrill Lynch - sono stati aperti dagli interventi di Du Yuzhou, presidente onorario del China Textile and Apparel Council e di Mario Boselli, presidente di Cnmi, dopo i saluti di rito, tra cui anche quelli di Cesare Romiti, presidente della Fondazione Italia Cina: quest'ultimo ha posto l'accento sulla crescente importanza per il nostro Paese del turismo proveniente dalla Repubblica Popolare. "Abbiamo calcolato - ha detto - che il prossimo anno la spesa dei viaggiatori cinesi in Italia potrebbe aggirarsi intorno al miliardo di euro".

 

Partendo dai dati - "L'Italia ha visto un aumento delle esportazioni verso la Cina del 20%, che invece ha registrato un calo del 20% verso l'Unione Europea a causa della crisi economica" -, l'approfondito scenario tracciato da Du Yuzhou ha portato il presidente onorario del China Textile and Apparel Council a concludere che è essenziale "cooperare perché questo porterà sviluppo reciproco a entrambi i Paesi".

 

Sulla stessa lunghezza d'onda Boselli, che ha parlato di Italia e Cina come di due grandi Paesi esportatori, testimonianza di economie reali che non devono farsi soffocare dalla finanza. Ha quindi indicato negli accordi tra i due fashion system strumenti utilissimi per rispondere alle nuove sfide internazionali con un approccio win-win.

 

"Cooperation", in effetti, è stata la parola più pronunciata in questo summit, pur avendo rivelato significati diversi, messi a confronto gli interventi degli imprenditori cinesi e del nostro Paese.

 

Le realtà dell'ex-Celeste impero, infatti, puntano ad affermarsi ancora di più sul mercato interno e a farsi conoscere all'estero, tanto più ora che da contoterziste si sono trasformate in produttrici e distributrici di marchi propri. Per farlo già da tempo alcune di esse si rivolgono a grandi nomi italiani dell'industria tessile e degli accessori (specie pelletteria e occhiali) ma anche per investimenti nelle tecnologie e per collaborazioni nel design. Tuttavia, c'è spazio per liaison nel marketing e nella comunicazione ("Non ci sono marchi cinesi famosi nel mondo", ha constatato Zhou Yan, presidente della Dalian Sunfed Fashion), nonché per migliorare la shopping experience di un consumatore di moda che sta mostrando segnali di upgrade e che esige sempre più spesso una forte personalizzazione del prodotto, come ha fatto notare Chen Dapeng, executive vicepresident China National Garment Association. Wu Jianmin, che guida la Shandong Showlong Fashion, ha consigliato di visitare le città della seconda e terza fascia, per verificare quanto il mercato sia segmentato. Fa riflettere anche il suo percorso: il core business è l'abbigliamento per la donna che lavora e per il tempo libero ma vuole entrare nel segmento bimbo e allo stesso tempo si prepara la futuro tenendo presente che la popolazione cinese sta invecchiando. Altri spunti interessanti sono arrivati da Quian Feng, al vertice di Hangzhou Lesies Fashion, che cerca partner per introdurre sul mercato italiano il brand di punta Lesies e che ha segnalato il forte sviluppo di brand locali distribuiti esclusivamente via internet. "Una piattaforma come D2C, lanciata nel 2011 dall'e-tailer Taobao e con 300mila visite giornaliere, potrebbe dare un'occasione di sviluppo in Cina ai brand emergenti italiani - ha detto -. Vi partecipano già una decina di marchi europei". Nella Repubblica Popolare mancano anche tanti professionisti della moda ed esperti di nuove tecniche di management, come hanno affermato Chen Zhijie, della società di consulenza finanziaria Hejun Group e Chiara Altomonte, che dalla sede cinese di Consea Executive Search sta lavorando anche sulla formazione e la retention dei talenti.

 

Quanto alle aziende italiane, collaborare fa rima con educare, se si parla di alleanze commerciali. "Saranno efficaci, solo quando il partner arriverà ad amare il marchio e la sua storia", hanno testimoniato Vittorio Missoni, ceo di Missoni e Diego Rossetti, che presiede l'azienda di famiglia. Grandi opportunità si intravedono pure nella distribuzione intermedia. "Mancano agenti, showroom e negozi multibrand, necessari sia ai marchi stranieri che ai designer locali del futuro", ha fatto notare Giulio di Sabato, presidente di Assomoda. Interagire è però possibile se ci sono pari opportunità, come ha sottolineato Giancluca Brozzetti, ceo di Roberto Cavalli: i marchi italiani devono invece far fronte a tasse alle importazioni elevate, test sui prodotti estremamente esigenti, procedure complesse per aprire filiali e per ottenere i visti, per non parlare del problema della tutela della proprietà intellettuale. "Non dobbiamo andare in Cina solo per vendere, ma anche per scambiarci quote azionarie", ha invece detto nel suo intervento Paolo Zegna, presidente del Gruppo Zegna è vicepresidente di Confindustria con delega all'Internazionalizzazione. Cleto Sagripanti, alla guida di Anci, ha a sua volta auspicato l'ingresso di aziende cinesi nel capitale di quelle nazionali per salvaguardare il vero made in Italy che comincia a essere apprezzato a Est.

 

Differenze di vedute fra est e ovest, ma appuntamenti come quello del fine settimana stanno contribuendo a che in futuro si arrivi a parlare uno stesso linguaggio, almeno nel fashion business.

 

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