Nel 2015

Calzature made in Italy: l’export verso Russia e Csi si è ridotto di circa un terzo

Il settore calzaturiero italiano arriva all’appuntamento con TheMicam decisamente messo alla prova da un 2015 ancora difficile. Assocalzaturifici ha reso noti stamattina (12 febbraio) i dati di preconsuntivo, da cui si evince che la produzione è scesa del 2,9% in volume (per 191,2 milioni di paia) e dello 0,7% in valore. Le vendite all’estero sono cresciute del 2% in valore, malgrado la contrazione del 4,8% in volume.

 

I consumi asfittici in Italia e nel resto d’Europa, la frenata del Far East (per la crisi economica gipponese e le turbolenze finanziarie in Cina) e, soprattutto, il crollo degli ordini dalla Russia e dai Paesi Csi sono le dinamiche chiave dell’attuale fase di mercato per le calzature made in Italy.

 

Nel dettaglio, nella Penisola i consumi di calzature sono calati dell’1,2% in quantità e del 2,4% in spesa: per l’ottavo anno consecutivo gli acquisti delle famiglie registrano segno negativo, benché la flessione sia decisamente meno rilevante rispetto al triennio precedente.

 

I flussi verso l’Unione Europea, area verso cui sono dirette sette scarpe italiane su dieci, scendono del 5,3% in quantità e del 1,2% in valore, con andamenti contrastanti nei due storici mercati di riferimento: la Germania in recupero (+4,8% in volume e +0,9% in valore) e la Francia in battuta d’arresto (-10,7% in quantità e -4,4% in valore).

 

L’export a 10 mesi verso i mercati extra-Ue, pur in calo globalmente del 5,2% in volume, mostra una crescita del 4,7% in valore. Note positive vengono dalla Svizzera (+14,5% in valore e +3,1% in quantità), dal Medio Oriente (+7,4%, benché stabile in volume), e dagli Stati Uniti (+16,4% e +5,1% rispettivamente).

 

Risultati altalenanti nel Far East, che sconta gli effetti della recessione giapponese (-13,3% quantità) e del rallentamento della Cina (-4,5% in volume, ma +16% in valore). Hong Kong (+17% in valore) e Sud Corea (+32,6%) evidenziano invece performance decisamente interessanti.

 

La situazione più critica si è rivelata quella relativa ai mercati dell’ex-Unione sovietica, dove le vendite si sono ridotte nel complesso di circa un terzo, sia in quantità che in valore: in Russia il decremento è stato del 32% in volume, in Ucraina del 44,6%, in Kazakistan del 23,6%.

 

Un dato confortante per il settore è rappresentato dal saldo positivo degli occupati, che crescono per la prima volta dal 2011 di 432 unità, anche per effetto delle misure stabilizzatrici del Jobs Act.

 

 

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