Pelle e accessori

Lineapelle: il trasloco finisce in tribunale

Non c'è accordo tra i soci di Lineapelle in merito al trasferimento della rassegna da Bologna a Milano. Gli esponenti di Unic sono favorevoli al capoluogo lombardo, mentre i consiglieri di BolognaFiere si oppongono e prospettano di andare per vie legali.

 

Al cda e all'assemblea di ieri i sei rappresentanti di Unic (Unione Nazionale Industria Conciaria, che ha la maggioranza di Lineapelle Spa) hanno dato il loro ok al trasferimento a Rho per le prossime date (dal 10 al 12 settembre). Ad appoggiarli, come riporta Il Sole 24 Ore, i sindacati della Cgil e Uil e i sindaci dei comuni dove si concentrano le imprese italiane del settore (soprattutto Toscana e Veneto).

 

Durante l'appuntamento di ieri, i cinque consiglieri che rappresentano BolognaFiere (titolare del 47,3% di Lineapelle Spa) si sono espressi in favore della «naturale continuità» della realizzazione della manifestazione nel quartiere fieristico bolognese. Inoltre hanno ribadito che sono «infondate e strumentali» le argomentazioni di Unic, relative alla inadeguatezza o indisponibilità del quartiere fieristico di Bologna e della città. L'accordo con Fiera Milano è stato preso «in mancanza di informazione e mandato dell’organo di amministrazione e, quindi, in palese violazione di norme statutarie».

 

Occorrendo una maggioranza qualificata (otto voti su 11), l'intesa con Milano è ritenuta totalmente inefficace dai soci di BolognaFiere, che ora si riservano «ogni azione ulteriore, nell’interesse della società Lineapelle».

 

Come riportano i media emiliani, anche i sindacati di base intendono contrastare la fuga delle manifestazioni fieristiche verso Milano, «che equivale alla delocalizzazione industriale verso i Paesi dell'Est», mobilitando i dipendenti di BolognaFiere. «Milano - dice l'Usb - è attrattiva per via del vergognoso accordo sindacale stipulato in previsione di Expo 2015 che, in deroga ai contratti nazionali, abbatte pesantemente i livelli salariali e normativi e immette forme di precarietà lavorative incredibili».

 

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