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Import: il Parlamento Ue vuole norme per ridurre lo sfruttamento dei lavoratori

Con una risoluzione adottata ieri (27 aprile), il Parlamento Ue chiede una legge che obblighi i fornitori dell'Europa di tessuti e abbigliamento al rispetto dei diritti dei lavoratori. «Se i nostri vestiti sono fatti a costo di sofferenze umane, non possiamo far finta di niente», dichiara la relatrice Lola Sanchez Caldentey (nella foto).

 

«Solo un quadro vincolante - ha spiegato la deputata del Gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica - potrebbe garantire che i prodotti venduti sui mercati europei non violino la dignità e i diritti di milioni di lavoratori. L'Ue ha i mezzi per agire e chiediamo alla Commissione di farlo».

 

Come emerge da un comunicato, la risoluzione è stata adottata con 505 voti a favore, 49 contrari e 57 astenuti. I deputati hanno rilevato che pratiche come lunghi turni di lavoro, bassi salari, condizioni di lavoro pericolose e violenza, riguardanti lavoratori tessili, molti dei quali donne e bambini, danneggiano l'industria europea perché provocano dumping sociale.

 

In base a statistiche dell'Organizzazione mondiale del commercio, oltre il 70% delle importazioni di tessuti e vestiti europei arriva dall'Asia, dove i maggiori produttori sono Cina, Bangladesh, India, Vietnam, Cambogia e Indonesia. Gran parte si queste realtà fornisce marchi globali che cercano prezzi bassi e tempi di produzione ridotti, la cui conseguenze ricadono sui lavoratori.

 

A breve distanza dall'anniversario della tragedia del Rana Plaza, in Bangladesh (il 24 aprile 2013 un edificio che ospitava diverse fabbriche tessili crollò, provocando la morte di oltre 1.100 operai), i deputati suggeriscono una serie di misure alla Commissione Ue.

 

In primis una proposta legislativa per un sistema vincolante di “diligenza”, basato sulle linee guida dell’Ocse, «simile a quello adottato per i cosiddetti "diamanti insanguinati", in grado di coprire tutta la catena di approvvigionamento».

 

L'Ue dovrebbe inoltre garantire che i Paesi esportatori di prodotti tessili, con accesso preferenziale all’Unione, rispettino gli standard sociali e producano tessuti sostenibili, mentre gli Stati membri dovrebbero promuovere attivamente i diritti dei lavoratori con i Paesi partner.

 

Tra le proposte anche un'etichettatura che renda visibile l’impatto sociale della produzione, «per contribuire a creare un cambiamento duraturo» e il «buon esempio» da parte delle istituzioni europee, nei loro appalti pubblici sui prodotti tessili.

 

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