UNIONE EUROPEA

Fumata nera sul Made In. Marenzi (Smi) attacca il "fronte del Nord"

Nulla di fatto per il Made In: i rappresentanti dei 28, riuniti a Bruxelles per il Consiglio Competitività, non sono riusciti a trovare un accordo a proposito dell'articolo 7 sulla sicurezza dei prodotti, relativo all'obbligo dell'indicazione d'origine. «Danneggiato l'interesse di tutti i consumatori. Germania omertosa» ha commentato Claudio Marenzi (nella foto), presidente di Sistema Moda Italia.

 

Tra i favorevoli all'obbligo si schierano Francia, Grecia, Portogallo, Croazia, Spagna e naturalmente l'Italia, mentre tra i contrari spiccano Germania e Regno Unito, coadiuvati da Austria, Belgio, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia.

 

Anche se il regolamento ha già ricevuto l'ok del Parlamento europeo un anno fa, l'approvazione sembra un miraggio. Come si legge su euractiv.it, negli ultimi mesi la Commissione Ue ha cercato di capire quali siano costi e benefici dell'obbligo di indicazione di origine, tramite un'analisi d'impatto su sei merceologie: giocattoli, elettrodomestici, elettronica di consumo, ceramiche e - quelle che più ci riguardano - tessile-abbigliamento e calzature. Secondo lo studio queste ultime, insieme alle ceramiche, sarebbero le categorie che otterrebbero i maggiori benefici.

 

In quest'ottica, la Lettonia aveva presentato, in vista dell'incontro di ieri (28 maggio), una proposta di compromesso, basata su un approccio settoriale alla questione Made In, circoscritto appunto al footwear e alle ceramiche, con una clausola di revisione che consentisse modifiche a distanza di tre anni dall'entrata in vigore del regolamento.

 

Ma l'idea non ha avuto seguito, vista la compattezza del fronte dei no: oltre ai Paesi già citati, hanno posto il veto Slovacchia, Irlanda, Repubblica Ceca, Finlandia, Ungheria, Lituania, Lussemburgo ed Estonia.

 

Italia, Cipro, Francia, Bulgaria, Spagna, Slovenia, Portogallo, Polonia, Grecia, Malta, Romania e Croazia stanno dall'altra parte della barricata.

 

Il vice ministro Carlo Calenda, che ha partecipato all'incontro di Bruxelles, ha ricordato come il Parlamento europeo abbia richiesto l'applicazione del Made In a larga maggioranza. «In ogni caso - ha aggiunto - sono i cittadini stessi, al di là delle imprese, a voler conoscere dove sono realizzati i prodotti che acquistano».

 

«Questa battaglia - ha ribadito - che va avanti da dieci anni, è una battaglia di civiltà. La nostra capacità di competere deve basarsi sulla qualità e non sulla corsa al ribasso».

 

Secondo Calenda, la clausola sull'eventuale revisione del regolamento dopo tre anni sarebbe fattibile, ma con riferimento a cinque precisi ambiti: ceramica, calzature, gioielli, tessile, legno-arredo.

 

D'accordo Claudio Marenzi, numero uno di Sistema Moda Italia, che ha definito «sconfortante» il fatto che dal febbraio 2013 a oggi non si sia riusciti a convincere una parte dell'Ue, guidata dalla Germania, sulla valenza del Made In in quanto «svolta epocale per tutta l'economia europea, non solo per la nostra».

 

La resistenza del "fronte del Nord", ha affermato Marenzi, è un ostacolo «puramente politico, che non trova fondamento alcuno, considerati gli impatti positivi emersi da uno studio ad hoc». L'imprenditore non ha esitato a dire che i tedeschi stanno applicando «quell'atteggiamento omertoso, che di solito imputano ai Paesi mediterranei».

 

«L'Italia - ha concluso - in questo momento non si sente rappresentata affatto da questo modo di fare l'Europa! Confidiamo nell'operato del Governo, che ieri ha dimostrato determinazione e volontà di portare a casa un risultato decisamente di grande impatto per la nostra economia».

 

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