Anche Benetton ferma gli ordini

Il fashion prende posizione sul Myanmar

«Manifestiamo la nostra più profonda preoccupazione per quanto sta accadendo in Myanmar. La situazione presenta tali problemi di sicurezza e violazione dei diritti e della libertà, che abbiamo deciso di sospendere tutti i nuovi ordini verso il Paese».

Così il Benetton Group si allinea a quanto già deciso giorni fa da un altro grande gruppo dell’abbigliamento, il colosso svedese H&M, che si è detto scioccato dal comportamento dei militari birmani, nei confronti dei manifestanti contro il golpe militare del primo febbraio. Dal giorno del colpo di Stato, oltre 60 persone sono morte e più di 2mila sono state arrestate.

«Il nostro auspicio - dichiara Massimo Renon, amministratore delegato di Benetton - è che la situazione torni a garantire, nel più breve tempo possibile, i diritti fondamentali delle persone e che il gruppo possa riprendere quel percorso di sostegno alle popolazioni locali, che passa anche attraverso il lavoro e la dignità a esso connessi».

Prende tempo l' italiana Ovs, che sta monitorando gli sviluppi della situazione nel Paese e al fine di prendere una posizione a supporto delle condizioni di lavoro in Myanmar, ha deciso di sottoscrivere l' appello lanciato da Clean Clothes e da molte altre ong e trade unions (sindacati) internazionali.

«Data la modesta entità delle produzioni attualmente realizzate - si legge in una nota diffusa -, Ovs potrebbe facilmente abbandonare il Paese, tuttavia fino a che sarà possibile continuerà a mantenere una ancorché limitata presenza in Myanmar, sospendendo qualsiasi attività con quei fornitori che effettuassero atti discriminatori contro i lavoratori impegnati nelle azioni di protesta».

H&M, il secondo maggiore fashion retailer al mondo, ha circa 45 fornitori diretti in Myanmar, con cui lavora da sette anni.

Come riportato nei giorni scorsi da Reuters, il gigante del fast fashion sta dialogando con le Nazioni Unite, diplomatici, esperti di diritti umani, sindacati e altre multinazionali. Le consultazioni dovrebbero portare a capire quale possa essere il migliore contributo dell’azienda a uno sviluppo positivo della situazione nell’area, in linea con le volontà della popolazione locale.

Tra chi ha espresso preoccupazione figurano anche organizzazioni come American Apparel & Footwear Association, Ethical Trading Initiative, Fair Labor Association e Social Accountability International.

Lo scambio commerciale fra Myanmar e Stati Uniti, secondo stime del Census Bureau statunitense, ha raggiunto gli 1,3 miliardi di dollari. Il 41% delle importazioni Usa riguardano il segmento abbigliamento e calzature. Un altro 30% si riferisce alla valigeria.

L’industria dell’abbigliamento in Myanmar non raggiunge le dimensioni di altri fornitori come il Bangladesh, la Cina o la Tailandia ma conta comunque 600 imprese, che danno lavoro a circa 450mila addetti, stando ai dati della Myanmar Garment Manufacturers Association. Secondo il sito just-style.com, prima del colpo di Stato gli ordini ai produttori di abbigliamento erano scesi del 75% a causa della pandemia.

e.f.
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