ARTISANAL EVOLUTION, CSM MEETS SUSTAINABILITY E MOSTRA SU RAY PETRI

Camera Showroom Milano protagonista alla fashion week di gennaio

In un momento in cui il “brand Milano” è più che mai al centro dell’interesse dei buyer internazionali, compresi quelli del Sud-est asiatico di nuovo attesi nel capoluogo lombardo, Camera Showroom Milano torna alla ribalta della fashion week di gennaio con tre iniziative: una nuova edizione del "fuorisalone" Artisanal Evolution, l’evento Csm Meets Sustainability e la mostra su Ray Petri, entrambi a Palazzo Isimbardi in corso Monforte 35.

Artisanal Evolution, progetto realizzato insieme a Confartigianato Moda con il patrocinio del Comune di Milano e il supporto di Camera Buyer Italia, è un percorso itinerante attraverso il meglio dell’eccellenza made in Italy nelle showroom associate a Csm, collegate attraverso un servizio di navette shuttle e con una mappa cartacea per orientare al meglio i compratori. Un modo efficace di dare visibilità alla Mpmi (micro-piccole medie imprese) italiane, all’interno di spazi espositivi contraddistinti da un unico allestimento modulare.

Dal 13 al 17 gennaio la showroom Asestante punta dunque su Don The Fuller, Boiocchi Showroom su C968, Casile&Casile su Kangra, Daniele Ghiselli Showroom su Agiomar, Elisa Gaito Showroom su Edelart, Fattore K Milano su Kardo, Panorama Moda su Viapiave33, Spazio 38 su Canaku, Spazio Coltri su Noova, Spazio Liberty su Lemargo, Studio Zeta su Rc Rita Curcio e Zappieri su Vialactea.

Torna in scena anche Csm Meets Sustainability: in sinergia con Confartigianato Moda, Ice e Maeci le showroom nell’orbita di Csm danno la massima visibilità a marchi dotati di requisiti certificati di eco-sostenibilità durante un cocktail a Palazzo Isimbardi by invitation only, dalle 18.30 alle 20.30 del 16 gennaio, indirizzato ai buyer italiani e stranieri, oltre che alla stampa.

In questo contesto gli abbinamenti sono tra Asestante Showroom e il marchio Don The Fuller, Boiocchi Showroom e Calò, Casile&Casile e Blukey, Continuo e Afar, Daniele Ghiselli Showroom e Il Bisonte, Dmvb Showroom e Tales by Solid, Elisa Gaito Showroom e Crida, Fattore K Milano e Merz B. Schwanen, Panorama Moda e Duvetica, Progetto Milano e Antenora, 55 Showroom e Zummy, Spazio Liberty e Oa Non Fashion, Studio 360 Showroom e Gudrum & Gudrum, Studio Tato Sossai e Crush Cashmere, Studio Zeta e OOO Obdesign.

«Abbiamo bisogno che tutta la filiera e la catena della sostenibilità siano competenti, per trasmettere un messaggio efficace e in grado di accrescere la consapevolezza del consumatore finale - commenta Gigliola Maule, presidente di Csm -. In Italia stiamo iniziando a intuire l’enorme potenziale dello storytelling dei singoli brand. La sostenibilità, che non può essere solo un ecologismo di facciata, va raccontata al meglio e ogni processo produttivo deve essere rivisto in chiave green, partendo dalla scelta dei tessuti».

«Una moda pienamente etica non è solo possibile ma necessaria - le fa eco Mauro Galligari, direttore della comunicazione di Csm -. Se si compra nelle catene del fast fashion si finanzia un’operazione non etica. Prima di fare un acquisto, bisognerebbe informarsi bene sul prodotto che stiamo scegliendo, cercando di comprare meno spesso, ma qualcosa di più duraturo».

Galligari ricorda che «le tecniche di lavorazione di molteplici fibre, dal lino alla viscosa, dal cotone alla seta, hanno bisogno di un elevato consumo di acqua nei vari passaggi delle loro lavorazioni. Va tenuto presente che molte fibre sono sintetiche e pertanto la loro lavorazione è altamente inquinante. Tutti devono fare la loro parte per la salvaguardia dell’ambiente».

Durante Csm Meets Sustainability le eco-expert Caterina Occhio e Rossana Diana parleranno dell’importanza della sostenibilità nel tessile-abbigliamento, dando consigli su come rendere più green la catena produttiva. Inoltre verrà proiettato un movie realizzato dalla regista Ylenia Busolli sulle problematiche più urgenti relative al clima.

In concomitanza con Csm Meets Sustainability sarà possibile visitare una retrospettiva su Ray Petri (nell’immagine di apertura una sua realizzazione), molto più di un semplice fashion stylist, divenuto famoso tramite le riviste The Face, Arena e I-D in un decennio ossessionato dallo stile, gli anni Ottanta.

Petri è stato artefice nel 1979 della fashion factory Buffalo, che stava alla moda come la Factory di Warhol stava all’arte. Per lui l’espressione Buffalo non si rifaceva tanto alla canzone Buffalo Boy di Bob Marley, quanto all’espressione caraibica per descrivere ragazzi ribelli, duri e un po’ selvaggi.

La sua creatività è stata influenzata dalla Londra degli anni Sessanta, dai viaggi in India, Africa e Australia e dal lavoro presso Sotheby’s. Intorno a lui si era raccolto un gruppo eterogeneo di talenti, da Mitzi Lorenz, stilista, a numerosi cantanti tra cui Neneh Cherry, fino a modelli e modelle (Simon de Montford, Barry e Nick Kamen, Talisa Soto e Naomi Campbell) e fotografi di cui Petri diventò anche agente, vedi Cameron McVey e Jean Baptiste Mondino, per citare solo due nomi.

Quando Ray Petri fece il suo ingresso nella moda, non esistevano molte riviste dedicate al menswear e lui, con i suoi modelli contraddistinti da una iper-mascolinità e da una forte carica erotica, portò una ventata di vera innovazione nel settore.

Parecchi anni dopo è ancora nettamente percepibile la sua influenza sullo streetstyle e l’esposizione a Palazzo Isimbardi lo conferma. Alla sua messa a punto hanno dato un contributo fondamentale Barry Kamen, Tony Felix e Zadrian Smith.

 

 

A cura della redazione
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