bilancio 2018 e primi mesi 2019

Moda femminile: la stasi dell'Italia compensata dall'export

I dati sul womenswear italiano, elaborati dal Centro Studi Confindustria Moda per Smi e presentati stamattina da Raffaello Napoleone (a.d. di Pitti Immagine) durante la conferenza stampa del salone Super, evidenziano per il 2018 un andamento migliore rispetto a quanto si pronosticava lo scorso febbraio.

«Allora - ha sottolineato Napoleone - era stimata per il settore, che nell'ambito della filiera tessile-moda rappresenta il 24,3% dei ricavi, una crescita dello 0,5%, che invece a consuntivo risulta del +1%: il fatturato supera di poco i 13 miliardi di euro, 125 milioni in più rispetto all'anno precedente».

Questo principalmente grazie alla performance della confezione (+2,9%), mentre camiceria e maglieria femminili hanno incassato rispettivamente un -3% e un -1%, con l'abbigliamento in pelle in ritirata (-7,4%).

In lieve calo (-1,8%) il valore della produzione, da 7,8 a 7,7 miliardi, mentre continua l'ascesa delle esportazioni: dopo un 2017 archiviato con un incremento del 3,4% sul 2016, nel 2018 si parla di un +3,1%, a quota 8,4 miliardi.

Le importazioni, d'altro canto, fanno un balzo del 10,1%, sfiorando i 4,8 miliardi. Quanto all'avanzo commerciale, si aggira sui 3,7 miliardi, in riduzione di circa 183 milioni sul 2017.

La nota dolente, come emerge dalle elaborazioni di Confindustria Moda su dati rilevati da Sita Ricerca, resta il mercato interno, che ormai da anni sta perdendo colpi. Non fa eccezione il 2018, con un valore in discesa del 3,9%, da 10 a 9,6 miliardi.

Prendendo specificamente in considerazione il periodo compreso tra la primavera-estate 2018 e l'autunno-inverno 2018/2019, il sell out di womenswear nella Penisola evidenzia una flessione del 2,9% in termini di spesa corrente, con l'abbigliamento in pelle come tallone d'Achille.

Uno sguardo alla distribuzione conferma in Italia il ruolo preponderante delle catene, con uno share del 47,4%, che però risulta in flessione dell'1,9%.

Nessuna buona notizia a proposito del dettaglio indipendente, in costante erosione (-10,6%), con un'incidenza sul totale del 19,7%. La gdo si accaparra il 15%, in contrazione del 3,4%.

Riprende vigore l'online: dopo un modesto aumento tra il marzo 2017 e il febbraio 2018, spicca il volo (+40,7%) e incide per il 9,4% sul mercato. Detto tra parentesi, per il menswear il risultato è molto meno eclatante, +2,9% per un 7% del mercato.

I primi dati provvisori sul sell out della primavera-estate 2019 (marzo-giugno) indicano un'accentuazione dell'impasse della confezione, una stabilizzazione della maglieria e un miglioramento della situazione per la camiceria e l'abbigliamento in pelle.

Istat fornisce alcuni dati relativi al periodo gennaio-maggio 2019, focalizzandosi sull'export, il cui trend risulta ancora una volta favorevole, con un +7,6%, pari a 3,6 miliardi di euro, meglio del +2,4% degli stessi mesi del 2018. Vivace anche l'import, che si porta a 2,2 miliardi (+12,7%). Il saldo commerciale oltrepassa gli 1,4 miliardi.

Sempre nei primi cinque mesi di quest'anno sia l'Ue che l'extra Ue hanno dato soddisfazioni ai nostri marchi di womenswear, segnando rispettivamente un +6,3% e un +9%.

Entrambe le aree sono dinamiche anche alla voce importazioni, con l'Ue che balza del 20,3% (un dato però soggetto a revisioni) e l'extra Ue del 5,2%.

Il primo mercato di sbocco della moda donna made in Italy è la Francia, con una quota dell'11,2% e in crescita di oltre il 6%, nonostante i gilet gialli. Seconda la Germania (9,4% sul totale), ma che deve fare i conti con un cedimento del 2,1%.

La Svizzera, terza, avanza del 20,3% e gli Usa, quarti, del 15,9%, così come il Regno Unito, quinto. In sesta posizione troviamo Hong Kong, in difficoltà (-4,9%) e in settima la Spagna (+5,2%). Exploit della Cina (+25,1%), ottava e crollo dell'8% della Russia, nona. Giappone e Austria, decimo e 11esima, sono a segno più (+13,4% e +20,9%).

Tra le merceologie, confezione e maglieria sono contraddistinte da dinamiche positive (+6,7% e +12,6%). Andamento contrario per la camiceria (-1,5%) e l'abbigliamento in pelle (-0,2%).

I principali supplier sono guidati dalla locomotiva Cina, anche se in frenata del 4,5%, seguita dalla Spagna con un boom a tripla cifra - ma sono in corso verifiche -, dalla Francia che incassa un -20,5%, dal Bangladesh (+16,5%), dalla Romania (-1%) e dalla Germania (+5,9%).

a.b.
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