bilancio e prospettive

Moda maschile italiana: nel 2020 andati in fumo quasi 2 miliardi di ricavi

Dopo diversi anni di crescita ininterrotta, nel 2020 la moda maschile italiana ha frenato bruscamente, causa Covid: secondo una nota a cura del Centro Studi di Confindustria Moda per Smi, il settore (inteso come insieme di abbigliamento in tessuto, maglieria esterna, camiceria, cravatte e capi in pelle) ha visto i ricavi flettere del 19,5%, scendendo da 10,1 a 8,1 miliardi di euro.

Le previsioni rilasciate in occasione dell'edizione gennaio 2021 di Pitti Uomo, quando era stata stimata una dinamica negativa pari a un -18,1% risultano quindi peggiori a consuntivo, in seguito all'impasse del mercato interno, ma non solo.

Il comparto, sottolinea il comunicato, continua comunque a concorrere per il 18,3% al turnover del tessile-abbigliamento nazionale e per il 27,4% se si considera il solo abbigliamento.

Le variazioni dei diversi sotto-comparti sono state tutte di segno negativo: -20,3% per la confezione (che ha uno share del 53,6% sul fatturato settoriale), -14,6% per la maglieria, -25,6% per le camicie e -21,1% per la confezione in pelle. Particolarmente colpite le cravatte, che rappresentano l'1,3% della moda uomo e vedono il giro d'affari precipitare del -44,6%.

Il valore della produzione - che si riferisce all'attività produttiva svolta in Italia, al netto della commercializzazione di articoli importati - cala del 21,3% da 4,6 a 3,6 miliardi di euro.

Alla voce export si assiste a un -16,7% (da 7 a 5,8 miliardi): uno scivolone consistente, ma che non mette in discussione il ruolo strategico delle esportazioni per il menswear italiano, visto che concorrono al 71,7% del fatturato. L'import si riduce del 20,2% (da 4,6 a 3,7 miliardi). Il saldo commerciale, di 2,3 miliardi nel 2019, si assottiglia a 2,1 miliardi.

In picchiata del 30,1% i consumi finali interni, da 6,2 a 4,3 miliardi. Particolarmente sofferta la primavera-estate che, in concomitanza con una delle fasi più acute dell'emergenza, assiste a un vero tracollo (-43,3%) del sell out di tessile-abbigliamento. In particolare, il bimestre marzo-aprile incassa un -75,3% e maggio-giugno un -45,3%.

Solo luglio e agosto danno un po' di respiro, traducibile per la moda maschile in un -10,1% in luglio-agosto e in un -7,7% in settembre-ottobre, ma con una caduta del 39,8% in novembre-dicembre. Nei 12 mesi le vendite di confezione e maglieria scendono rispettivamente del 30,4% e del 26,2%.

A livello di canale distributivo, nel periodo compreso tra marzo 2020 e febbraio 2021 il mercato della moda maschile è dominato dalle catene, ormai al 42,9% del totale.

La gdo sorpassa il dettaglio indipendente - appesantito da un -48,2%, con una quota che ormai non va oltre il 18,1% -, accaparrandosi il 21%. In prevedibile ascesa l'e-commerce, che nel 2019 si limitava a un 7,8% e balza al 14,1%, con un +17,4% di sell out uomo. In caduta libera outlet (-64,1%) e ambulanti (-51,8%).

Uno sguardo ai mercati esteri evidenzia nel 2020 cali su tutti i fronti: il vestiario esterno cede il 17,5%, la confezione in pelle il 16,5% e la maglieria il 12,9%. Le cravatte arretrano del 42,7% e la camiceria maschile del 23,2%.

Contrazioni ad ampio raggio sulle aree di sbocco: si va dal -14,6% dell'intra-Ue al -17,9% dell'extra Ue. La Svizzera contiene le perdite al -7,3%, mentre il Regno Unito è nella media dei cali (-21,3%). Germania e Francia scendono del 9,6% e del 13,1%, ma la Spagna fa peggio: -27,2%. Da segnalare il -14,7% della Russia.

Nell'extra Ue l'export di menswear è molto penalizzato negli Usa (-29%), ma anche a Hong Kong (-30%). Il Giappone si limita a un -12,5% e la Cina a un -5,5%. Unico segno più la Corea del Sud (+7,3%).

Nel gennaio-marzo 2021 si assiste a un arretramento del 15,2% dell'import di menswear e a una relativa ripartenza (-3,9%) dell'export, pari a 1,6 miliardi di euro. Ma dal confronto con lo stesso periodo del 2019 emerge un -9,7%. A segnare il rimbalzo, dopo gennaio e febbraio a -19,5%, il mese di marzo (+45,4% e in aumento anche su marzo 2019, +6,5%).

Le esportazioni verso la Ue si rimettono in moto (+4,3%, grazie soprattutto a Germania, Svizzera e Francia), mentre lo scenario extra Ue rivela ancora difficoltà (-10,4%), un dato su cui incide l'andamento del Regno Unito (-50,9%). Sempre in accelerazione la Corea (+14,5%), in difficoltà il Giappone (-14,4%). 

Ma il vero exploit è quello della Cina, con un +110,1%, esclusa Hong Kong che invece arretra di quasi il 10%. In confronto con il primo quarter del 2019, la Cina avanza del 32,9%, ma Hong Kong flette del 32,1%.

Quanto all'import, nel primo trimestre di quest'anno i nostri principali fornitori di moda uomo, Bangladesh e Cina, sono calati rispettivamente del 33,4% e del 25,8%. In risalita del +23,7% la Francia, ma è l'eccezione che conferma la regola, insieme a Spagna (+1%) e Albania (+6,5%).

A livello merceologico aumentano le vendite oltreconfine di maglieria esterna maschile (+12,5%) e abbigliamento in pelle (+12,7%). Al contrario, la confezione resta in territorio negativo (-13,6%) e la camiceria idem (-14,8%). La performance peggiore è quella delle cravatte (-35,4%).

Nella foto, la SS 22 di Giorgio Armani




a.b.
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