Commercio

Aperture domenicali: Di Maio pensa alla revisione della legge

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi di Maio pensa di rivedere le norme sulla deregulation delle aperture. Renato Borghi di Federazione Moda Italia si dichiara favorevole: «La liberalizzazione non ha portato più ricavi».

Come riporta l'Adnkronos, ieri di Maio ha risposto «Certo» a chi gli domandava se avesse intenzione di aprire un tavolo per la revisione delle regole sulle aperture domenicali. In passato il neoministro aveva già mostrato una posizione favorevole alla limitazione delle aperture e il nuovo segnale è arrivato parlando con i lavoratori delle cooperative, che lo aspettavano fuori dal ministero del Lavoro.

La liberalizzazione del commercio introdotta con il decreto "Salva Italia" del governo Monti prevede che i negozianti possano rimanere sempre aperti, anche durante le festività.

«Ho preso il treno in corsa - ha dichiarato Di Maio -. Ci sono tanti problemi da questo punto di vista, sulla precarietà non solo di chi lavora, ma anche dei datori di lavoro. Quindi dobbiamo cercare di seguire un filo conduttore che è quello di combattere la precarietà ed eliminare lo sfruttamento».

Renato Borghi, presidente di Federazione Moda Italia, si dice favorevole all'apertura di un tavolo, «purché - commenta per fashionmagazine.it - su posizioni ragionevoli a livello di servizio, spazio e diritti della persona». «Non si tratta di una visione ideologica - precisa -. Dati alla mano, la liberalizzazione non ha portato a un aumento di fatturati, consumi e occupazione. Semplicemente sono stati spalmati su più ore e più giorni».

Il presidente della federazione aderente a Confcommercio ricorda che ci sono solo cinque Paesi in Europa senza regolamentazione per le aperture: Estonia, Lettonia, Lituania, Svezia e Polonia. «Di certo non hanno una rete commerciale come quella italiana, il che pone una riflessione». Borghi tiene a precisare che le domeniche aperte sono di fatto acquisite: «Rientrano nella cultura dei consumatori e delle imprese - afferma - e, già prima del decreto  Monti, gran parte degli esercizi dei centri delle principali città restavano aperti, come pure quelli dei comuni riconosciuti come turistici».

«Sul tema delle festività - prosegue - c'è una proposta di legge ferma in Senato che aveva ottenuto una larga maggioranza di consensi: si era partiti con 12 domeniche di chiusura obbligatoria, poi si è arrivati a sei obbligatorie e altrettante da concordare con i comuni. Per noi andava bene». «Quello che non ci sta bene è il concetto, implicito in quello di liberalizzazione, che tutti i giorni della settimana sono uguali. Il tempo non può essere al servizio del lavoro e dell'economia. Ha un significato più ampio, legato al concetto di condivisione e di famiglia. Una regolamentazione rende forse più poveri in termini di denaro ma non dal punto di vista umano».

«Credo - conclude Borghi - che questo sia importante soprattutto per le piccole aziende familiari che ormai, per reggere la concorrenza, si trovano a non avere un limite all'autosfruttamento».

e.f.
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