Confindustria Moda stima un -11% dell’export

Un anno non facile per la pellicceria italiana

Nei primi 10 mesi del 2018 la pellicceria italiana accusa un calo dell’11,3% delle esportazioni di capi finiti, a 307,2 milioni di euro.

Lo stima Confindustria Moda a pochi giorni dal salone TheOneMilano (a Fieramilanocity dal 22 al 25 febbraio). Nonostante la «situazione non facile» evidenziata dai dati preconsuntivi, l’Italia è il primo Paese europeo per valori esportati, dopo la Grecia, la Francia, la Germania e il Regno Unito (vedi grafico). Su scala mondiale, invece, il Belpaese è secondo dopo la Cina.

«Normalmente a un anno positivo segue un anno di riflessione - spiega Norberto Albertalli, presidente di TheOneMilano - perché il retail di tutto il mondo si approvvigiona con entusiasmo delle pellicce italiane, facendo acquisti quantitativamente importanti per ottenere prezzi più vantaggiosi. Le pellicce italiane però, a causa della loro qualità e del design infinitamente superiore a quanto prodotto nel resto del mondo, sono più costose e difficili di altre produzioni da vendere. Hanno quindi un ciclo di vendita più lungo e questo normalmente determina un processo di acquisto su fase biennale».

Nei 10 mesi il primo mercato di destinazione delle nostre pellicce è la Francia, che ha registrato un +1% di acquisti rispetto allo stesso periodo del 2017. Al secondo posto gli Usa, che però hanno ridotto le importazioni del 20%. Terzo Hong Kong, che segna un -14,7% e quarta la Russia, benché abbia tagliato l’import del 24%.

Nell’elaborazione di Confindustria Moda, lo scorso anno la filiera italiana del settore era rappresentata da quasi 19mila imprese, di cui oltre 17.400 attive nel retail e quasi 1.200 nella produzione façon. Oltre 300 i wholesaler, mentre gli allevatori sono 27.

Limitatamente al retail, nel 2018 il settore ha raggiunto un valore di circa 1,3 miliardi di euro, in calo del 6,7% rispetto all’anno prima. Secondo Albertalli la performance va letta tenendo conto del calo del prezzo delle pelli, causato dai minori acquisti della Cina. Inoltre è cambiato il livello di incidenza dei singoli committenti: è aumentata la produzione per i marchi di abbigliamento (dal 10% al 12%), mentre è diminuita quella per le griffe (dal 43% al 41%). Risulta stabile, invece, la quota relativa ai marchi di pellicceria (47% del totale nel 2018).

«Siamo di fronte a cambiamenti epocali - conclude Albertalli - che impongono alle aziende un cambio di passo e diversamente dal passato, che vedeva i comparti muoversi in modo coeso e globale, oggi la crescita è individuale: nello stesso comparto ci sono imprese che crescono, altre in fase di stallo e alcune che cadono. Sono le singole storie aziendali oggi a fare la differenza».

e.f.
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