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Hong Kong: tra le opportunità da sfruttare gli sviluppi della "Belt and Road"

Hong Kong fulcro del cambiamento: da un lato emblema di un continente dove i giovani dettano le nuove regole della moda e i trend destinati a fare il giro del pianeta, dall'altro realtà che, dopo un 2016 tutt'altro che facile, punta a una ripresa. Se ne è parlato ieri, 21 febbraio, a un convegno a Milano, organizzato dall'Hong Kong Trade Development Council.

 

«Il mondo del fashion è al centro di radicali trasformazioni - ha esordito Mario Boselli, qui in veste di presidente dell'Associazione Italia Hong Kong -. La ricerca di un equilibrio tra online e offline a livello distributivo, l'ascesa dei Millennial, il see now-buy now, l'a-gender in fatto di stile sono tutti segnali di una rivoluzione in atto, con l'Oriente come fucina di vitalità e creatività, ma anche di complessità».

 

Complessità nate in parte, nel caso di Hong Kong e per esteso della Cina, dalla sovraesposizione di alcuni marchi su un territorio che, dopo uno sviluppo esponenziale, ha ridotto i pur consistenti ritmi di crescita.

 

«Nella Repubblica Popolare sono stati diversi i brand che negli ultimi 12 mesi hanno fatto un passo indietro, chiudendo parte dei negozi che avevano avviato negli anni precedenti - ha sottolineato Boselli -. Un fenomeno trasversale, che ha riguardato tanto l'alto di gamma, quanto catene come Zara, che ha detto la parola fine al suo più grande store nella Repubblica Popolare, all'interno del Lesen Shopping Center di Chengdu. Alla base non c'è dunque un problema di posizionamento, ma di cambiamento».

 

A chi lancia un grido d'allarme sulla perdita di attrattività di Hong Kong, anche a causa del calo dei turisti stranieri nel 2016 e del deprezzamento dello yuan, Gianluca Mirante (director Italy dell'Hong Kong Trade Development Council) ha ribattuto citando alcuni dati: «Hong Kong fa parte di un Paese, la Cina - ha detto - il cui Pil lo scorso anno si è incrementato del 6,7%, una percentuale impensabile dalle nostre parti».

 

Le aziende italiane interessate a investire a Hong Kong «devono inoltre tenere presenti alcuni aspetti che le favoriscono, tra cui l'accordo che evita la doppia tassazione e l'uscita di Hong Kong dalla black list italiana. Nell'ex colonia britannica, peraltro, il sistema che regola le tasse è semplice e le percentuali contenute, pari al 15% per le persone fisiche e al 16,5% per le persone giuridiche».

 

Claudio de Bedin, partner dello studio legale de Bedin & Lee LPP, ha ricordato come Hong Kong sia la "porta girevole" della Cina, con i cinesi che investono qui e gli stranieri che a loro volta utilizzano questa regione amministrativa speciale per lanciare o incrementare business nella Repubblica Popolare.

 

«Non dimentichiamo - ha precisato de Bedin - che a Hong Kong vige una solida "rule of law", ossia un sistema di regole immutabili dal 1997. Non esistono punti interrogativi, come la Brexit in Europa o le incognite della nuova amministrazione statunitense».

 

Michele Li Calzi, direttore della società di consulenza strategica MDJ Asia Pacific, ha focalizzato il suo intervento sulla Cina, prima ancora che in senso stretto su Hong Kong, evidenziando che la "anti-corruption policy" del governo, estremamente penalizzante per il settore dei beni di lusso («Si pensi che, per esempio, Kering ha ridotto di un terzo la presenza fisica sul territorio») ha fatto parte di un piano triennale, ora in scadenza.

 

Inoltre, come ha puntualizzato Li Calzi, «la spesa in loco di abbigliamento e accessori "luxury" è stata ultimamente favorita dalla minore propensione dei cinesi a viaggiare in Europa, per paura degli attentati, dal fatto che i marchi occidentali hanno ribilanciato i listini riducendo il gap tra i prezzi applicati sul mercato interno e altrove (un divario che in passato ha raggiunto anche il 40-50%) e, non ultimo, da una stretta da parte delle autorità nei confronti della pratica del parallelo».

 

«La Cina oggi ha raggiunto una fase di maturità - ha affermato - con un consumatore desideroso di nuovi stimoli, decisamente orientato all'acquisto sul web anche grazie a piattaforme multitasking come WeChat (che nella Repubblica Popolare può contare su un miliardo di utenti registrati e 850 milioni di "daily user", di cui 200 milioni con la carta di credito collegata al proprio account) e attratto nel retail fisico da formule in grado di unire vendita ed entertainment. A proposito di distribuzione gli affitti sono in calo, un trend destinato tuttavia a non durare a lungo».

 

Fra le criticità da prendere in considerazione la fluttuazione valutaria, ma anche la crescita dei marchi cinesi: «Si pensi che la first lady Peng Liyuan in tutte le apparizioni pubbliche non ha mai indossato capi di griffe occidentali».

 

Le ultime battute sono spettate a Riccardo Fuochi, vice presidente esecutivo dell'Associazione Italia Hong Kong, che ha illustrato il progetto The Belt and Road, lanciato da Xi Jinping nel 2013 per incrementare gli scambi e l'interconnettività tra Europa e Asia, con la Cina come ago della bilancia.

 

«Un'iniziativa - ha spiegato Fuochi - che sulle orme della Via della Seta coinvolge oltre 60 nazioni, con il 63% della popolazione mondiale e circa il 30% del Pil globale».

 

L'obiettivo è fare rete attraverso la cooperazione, l'interconnettività, la formazione di zone di libero scambio e più infrastrutture, «offrendo alle aziende di ogni dimensione opportunità di accesso privilegiato e sviluppo nelle zone coinvolte» (nella foto, il convegno di ieri all'Hotel Principe di Savoia).

 

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