Crescono i ricavi, cala la redditività

Mediobanca analizza lo stato di salute della moda italiana

Il fashion nazionale è un’industria solida, trainata dall’export, i cui margini attestano che la forza del marchio e la qualità pagano.

Lo si evince da un report presentato in mattinata al primo Fashion Annual Talk di Mediobanca, presso la sede di via Filodrammatici e sintetizzato da Nadia Portioli, dell’area studi della merchant bank.

«A livello di dimensioni - ha specificato l’esperta - le imprese della moda italiana sono piccole ma si difendono bene a livello europeo. Le grandi sono un po’ tartarughe e non sempre chi va piano va sano e va lontano». Il suo invito è stato quello di continuare a investire in ricerca e qualità e di fare squadra (aspetto non tipico degli imprenditori italiani).

Il rapporto sul sistema moda ha analizzato le dinamiche di 163 aziende italiane con un giro d'affari 2017 superiore ai 100 milioni di euro e dei principali gruppi europei di settore.

Il fatturato aggregato in Italia è di 70,4 miliardi di euro, in aumento del 28,9% rispetto al 2013 e rappresenta l’1,3% del Pil nazionale (1,1% nel 2013). L’abbigliamento totalizza il 40,5% dei ricavi totali, seguito dalla pelletteria (20,9%) e dall’occhialeria (16,2%).

Il segmento più dinamico però è la gioielleria (+13,3% nel periodo 2013-2017), seguita dalla distribuzione (+11%) e dal tessile (+6,3%).

La crescita media dei ricavi nel periodo è stata del 6,6%, mentre la redditività è calata dal 9,6% del 2013 all’8,9% del 2017. L’incidenza degli utili su fatturato, al contrario, è passata dal 4,2% del 2013 al 5,3% di due anni fa, anche per effetto di un minore carico fiscale. Le imprese del campione risultano inoltre solide per via della bassa incidenza del debito sui mezzi propri (33,7% nel 2017).

Nei cinque anni il fashion ha anche prodotto nuovi posti di lavoro, fino a raggiungere i 363mila occupati nel 2017 (+19,7% rispetto al 2013).

Nel gruppo delle 163 imprese solo 15 sono di grandi dimensioni, con ricavi che superano i 900 milioni. Queste top 15 si distinguono per la redditività (l’ebit margin è 11,6%, contro il 6,8% delle altre italiane della moda) e la liquidità (l’incidenza della liquidità sull’indebitamento finanziario è del 139,8% contro il 52,2% del resto del campione).

Tuttavia le imprese follower vantano un incremento del giro d’affari 2013-2017 del 9,5%, contro il +3,5% delle 15 big size. Inoltre queste ultime non sono più le maggiori aggregatrici di profitti: nel 2013 rappresentavano il 77,7% dei profitti aggregati, mentre nel 2017 scendono al 56,2%.

Analizzando i 43 principali gruppi europei della moda, nel 2017 hanno raggiunto 226,2 miliardi di euro di vendite aggregate (+33% sul 2013). Benché l’Italia, con i suoi 15 big, sia il Paese più rappresentato a livello numerico (oltre un terzo del totale), non è quello con i maggiori ricavi (vedi grafico): il primato appartiene alla Francia, con il 30,3% del fatturato aggregato. La Penisola è seconda con il 13,4%, seguita dalla Spagna con il 13%.

Il tasso medio annuo di crescita del fatturato europeo nei cinque anni è stato del 7,4%. Solo Danimarca e Spagna hanno mostrato incrementi a due cifre, rispettivamente +13,6% e +10,1%. Sotto la media l’Italia (+3,5%) e il Regno Unito (+5%).

La redditività risulta in riduzione anche su scala europea: l’ebit margin è sceso dal 17% del 2013 al 15,3% del 2017. La classifica, rispetto a questo indicatore, è dominata dalla Danimarca, che vanta un margine del 22,6% nel 2017, seguita dalla Francia (19,6%). L'Italia resta indietro (11,6%) ma davanti alla Germania (10%).

I maggiori gruppi europei sono più internazionalizzati di quelli italiani. Nel 2017 realizzavano in media l’85,2% delle vendite all’estero. Con l’87,7% i francesi superano la media, mentre tedeschi (83,6%) e spagnoli (82,3%) restano al di sotto. Gli italiani esportano il 78,3% ma, secondo Mediobanca, hanno un buon margine di sviluppo.
e.f.
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