Da riserva a moneta spendibile

Alle griffe le criptovalute piacciono, non per speculare ma per fare community

Fino a poco tempo. nei negozi dei marchi di moda e del lusso i pagamenti in criptovalute non erano possibili e nessuno si attendeva che potessero incidere in maniera rilevante sull’attività retail. E invece l’approccio al tema sta cambiando, complici le previsioni degli esperti, secondo i quali il mercato blockchain per le vendite al dettaglio raggiungerà solo negli Usa i 4,6 miliardi di dollari entro il 2028.

Su Fashion N.2, abbiamo cercato di capire che cosa c’è dietro la decisione di sperimentare in store le criptovalute, presa da aziende molto diverse tra loro come Gucci, Off-White, Philipp Plein, Sease, Sergio Rossi, Genny, oltre a player multimarca come Michele Franzese e recentemente Farfetch.

Una cosa è chiara: chi dice di sì ai pagamenti crittografici non lo fa per cercare facile visibilità mediatica, «lo fa per migliorare l’esperienza del cliente» è il parere di Carmine Rotondaro, business advisor di Philipp Plein. Il marchio ha abbracciato con entusiasmo questa tipologia di pagamenti, già accettata sull’e-shop e, da maggio, nel nuovo monomarca di Londra.

Sulla stessa lunghezza d’onda Michele Franzese, titolare dell’omonima insegna multimarca di Napoli, che può vantarsi di essere il primo wholesaler italiano del lusso ad accettare le criptovalute. «Iniziare a farlo significa aprire le porte al futuro - dice -. Queste nuove modalità di pagamento raccontano l’avvento del Metaverso e come questo cambierà le nostre vite. Un retailer che vuole crescere deve progettare i suoi negozi intorno a questo tipo di esperienze fluide».

I bitcoin e simili, secondo Rotondaro e Franzese, sono quindi pronti a trasformarsi da riserva di valore a moneta spendibile. Una convinzione che trova riscontro anche nelle statistiche. Secondo un'indagine di pymnts.com - concentrata sul mercato americano, che è monitorato in tutto il mondo per comprendere le tendenze in prospettiva, l’80% dei possessori di criptocurrency è pronto a spenderle in negozi virtuali e reali.

A considerare la cripto come una moneta spendibile sono principalmente i Millennials: nella fascia di età tra 27 e 41anni la percentuale di possessori di cripto è del 45% (dal 30% di un anno fa). L’indice di adesione è più elevato se si considera il target di uomini appartenente ai bridge Millennials (30-40enni, quindi più giovani dei membri della Generazione X ma più anziani della maggior parte dei Millennials).

Che la forza delle cripto risieda nella sua capacità di creare una community aspirazionale e fortemente identitaria intorno alla scelta del tipo di pagamento ne è convinto anche Paolo Temporiti, managing director Italy di Ingenico, società che fa capo a Worldline, gruppo internazionale attivo nelle soluzioni di pagamento elettronico. «Le criptovalute garantiscono già le caratteristiche necessarie affinché un sistema di pagamento possa affermarsi sul mercato: accessibilità, grazie a un numero crescente di banche cripto friendly, facilità di utilizzo, almeno nel target tra i 25 e i 50 anni, e la ragionevole certezza dei pagamenti».

Un quesito, che ancora non sembra trovare una risposta univoca è se a livello di retail il fenomeno riguarderà più le vendite di beni di lusso o di mass market. «Il numero di possessori di wallet di piccola portata crescerà, ma non credo che si finirà mai col pagare un caffè in criptovalute – è la previsione di Temporiti -. Le moneta crittografica non sarà un’alternativa al bancomat, piuttosto penso che pagheremo in criptovalute prodotti ed eventi esclusivi, che ci faranno sentire parte di un club».

Alcune statistiche però, sembrano andare in altre direzione: secondo una ricerca di Visa Inc. in nove mercati nel mondo, tra cui Usa, Brasile, Singapore e Canada, uno small business su quattro progetta di accettare le criptovalute a partire dal 2022, a fronte di un 13% dei consumatori che si attende di avere questa possibilità in store.

«I pagamenti con le criptovalute sono un’opzione percorribile anche dai commercianti più piccoli - afferma Lia Correzzola, co-founder di Bcademy -. Non servono investimenti d’ingresso stratosferici. Come formatori riteniamo importante che un imprenditore capisca che cosa sta succedendo e la portata di certe innovazioni, per poi fare test di mercato, senza implementare da subito l’infrastruttura necessaria. È possibile iniziare con le prime operazioni a familiarizzare con la tecnologia, per un passaggio e un’integrazione graduale tra valute fiat e Bitcoin». 

Insomma, sia che le cripto prendano piede solo per acquistare un capo di lusso a Dubai o una T-shirt entry price a Roma, una cosa è certa: presto le aziende inizieranno a sentire le necessità di un cripto manager, un po' come è accaduto in passato con l'avvento dell'e-commerce e dei social.

«La diffusione di Pos specifici, unita alla regolamentazione imposta dalle istituzioni – spiega Federico Pacilli, ideatore di CryptoBooks, un soft-ware di contabilizzazione specializzato nel settore blockchain, capace di far evitare calcoli e ricerche complessi a commercialisti e consulenti fiscali - fa prevedere un cambiamento nello scenario di mercato, che porterà a una crescente domanda di nuovi professionisti e cfo, in grado di analizzare le transazioni blockchain e guidare i possessori di criptovalute in questa fase. Iniziamo a familiarizzare in azienda con termini come web3 specialist, tesoriere crypto, esperto blockchain, Nft manager e molti altri, che saranno coniati da qui a breve».                                                        

 L'articolo in versione integrale è pubblicato su Fashion N.2, in distribuzione a Pitti e nei circuiti abituali, ma sfogliabile anche in versione e-paper su fashionmagazine.it.



an.bi.
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