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Castel Goffredo rilancia con "Italian Legwear a touch of excellence"

Castel Goffredo rilancia l'immagine e i contenuti delle sue produzioni con il marchio “Italian Legwear a touch of excellence”. Il distretto della calza punta sempre più su qualità e velocità di adattamento al mercato per restare competitivo a livello mondiale, come riferiscono William Gambetti e Francesco Merisio, rispettivamente presidente e direttore del Centro Servizi Calza, incontrati a margine del recente forum Lycra Fiber Moves di Como.

 

L'umbrella brand, nato dalla collaborazione di alcune imprese del territorio e il Centro Servizi Calza, si pone come comunicazione simbolica di valori e caratteristiche della calzetteria femminile italiana da evidenziare soprattutto sui mercati internazionali, dove il comparto realizza attualmente circa il 65% del proprio fatturato.

 

«Il logo tricolore - riferisce Merisio - è sinonimo di design italiano, materie prime di qualità, contenuti innovativi dei processi di produzione, attenzione alle emissioni di CO2, risparmio energetico, rispetto della sicurezza dei lavoratori, giusto salario e controllo delle sostanze pericolose». Argomenti da usare come leve di crescita per un territorio che prova a uscire da una lunga fase di recessione.

 

«Attualmente - afferma il direttore del Centro Servizi Calza - il distretto realizza un fatturato di 800 milioni di euro (quello nazionale è di circa un miliardo di euro). Qui sono rimaste attive circa 150 aziende, con 4.500 addetti, contro le 240 del 2005, che impiegavano 6mila lavoratori. La crisi ha travolto soprattutto le piccole realtà a monofase produttiva».

 

Ma a incidere in negativo sul livello occupazionale è stata anche la delocalizzazione delle grande aziende che, precisa Merisio, «è legata non solo a fattori come l'abbattimento dei costi di lavoro e dell'energia e burocrazia, ma anche a motivi di localizzazione e relazioni strategiche con Paesi di sbocco come la Russia, che impone dazi meno severi alla merce in arrivo dalla Serbia».

 

«A questo proposito - interviene William Gambetti - va fatta una distinzione tra internazionalizzazione, che rappresenta una scelta strategica dell'azienda, e delocalizzazione, che invece è il risultato di un Stato Italia in ritardo sulle politiche fiscali e del lavoro».

 

Al di là dei problemi strutturali, la crisi della calzetteria italiana va imputata negli anni a una serie di fattori: « La produzione di collant sempre più resistenti - sostiene Gambetti - ma anche il clima, la concorrenza dei Paesi emergenti e non ultima la moda del  “senza calze”, che stando alle ultime passerelle sembra tramontata, ma che dal 2000 in poi ci ha fatto perdere tre generazioni di clienti.  I nostri punti di forza sono stati e saranno, invece, la capacità di innovazione e di adattamento repentino alle richieste del mercato e l'immagine del made in Italy, che all'estero è un marchio fortissimo».

 

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