Effetto Brexit

Il prezzo che paga la moda Brit: rapporti difficili con i fornitori (anche italiani)

La Brexit è una catastrofe per le imprese della moda britanniche, che stanno facendo più fatica del previsto ad adattarsi alle nuove norme sugli scambi con l'Ue e al ritorno dei controlli alla dogana, causa di non pochi problemi anche con i fornitori italiani.

 

La denuncia arriva da un articolo pubblicato dal Financial Times, dove illustri esponenti del fashion, capitanati da Paul Smith, si sfogano sulle difficoltà incontrate in seguito all'accordo commerciale tra Londra e Bruxelles, in materia di movimentazioni di merci, semilavorati e prodotti finiti.

 

«Stimiamo che il cambio di regime finirà con il costarci milioni di sterline ogni anno», ha commentato amaramente  Paul Smith, che produce le sue collezioni tra Francia, Germania e Italia (nella foto un look FW21/22). «Il deal - prosegue il baronetto della moda britannica - non è un accordo di libero scambio in termini di costi. Al momento dobbiamo farci carico noi dei dazi addizionali, per non scoraggiare il consumatore e restare competitivi».

 

Smith sta già cercando di spostare una parte della produzione fuori dal Regno Unito per risparmiare su commissioni paralizzanti. «Una volta quantificato l'impatto, ci aspettiamo modifiche alla nostra strategia di approvvigionamento», afferma.

 

L'esternazione di Smith arriva a pochi giorni dal grido di aiuto lanciato dalla moda del Regno Unito che ha inviato una lettera aperta al governo di Boris Johnson, firmata da 450 operatori, per denunciare il rischio di essere decimato dalla Brexit e chiedere misure di sostegno e alleggerimenti delle imposte.

 

Nel lungo articolo pubblicato sul FT e dal titolo eloquente "British brand will die" (ovvero "I marchi inglesi moriranno") si evidenzia come la Brexit ponga una serie di problemi anche per quelle aziende che producono in Gran Bretagna, come la Community Clothing, che realizza tutte le sue collezioni nelle fabbriche inglesi.

 

«Quasi tutto quello che produciamo - spiega il ceo di Community Clothing  Patrick Grant - ha qualche componente proveniente dall’Europa. Praticamente non ci sono quasi produttori di zip in Inghilterra e nessuno realizza bottoni per jeans. Prima della Brexit, potevamo chiamare un fornitore di zip in Italia e ricevere la spedizione il giorno dopo - aggiunge –. Ora una zip da 3 sterline richiede un’ora circa di scartoffie. E di certo la burocrazia non è gratis. Questa attività comporta ritardi e costi».

 

Le implicazioni finanziarie dell'accordo sulla Brexit è in questo momento la principale fonte di stress per gli addetti ai lavori della moda, come dimostrano le parole di Melissa Morris, fondatrice del marchio di pelletteria Métier, che ha aperto il suo primo negozio a Mayfair nel 2017.

 

«Tutto si riduce a un problema di capitale circolante - sottolinea Morris -. Assicurare i termini di pagamento significa che è fondamentale ricevere la merce e aggiornare l’inventario prima di pagare. I fornitori italiani, però, impongono nuovi e peggiori termini di pagamento, perché c’è una sorta di incertezza sul nostro sistema creditizio, il cui rating ormai è praticamente pari a zero».

an.bi.
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