EXPORT +25,8% NEI PRIMI DIECI MESI

Pelletteria italiana: meglio del tessile, ma le piccole realtà soffrono

La pelletteria italiana vola all'estero, spinta da un'impennata dei prezzi medi del 24,7% e dal ruolo chiave della Svizzera. Verso questa nazione, tradizionale piattaforma logistico-distributiva dei fashion brand mondiali, l'export è balzato di quasi il +103% in valore, trainando il +25,8% complessivo. Al netto dei flussi in direzione del Paese elvetico, le esportazioni settoriali risulterebbero in crescita del 2,5%. Analizzando il dato in volume, ci si ferma a un +0,8%.

L'anno scorso il comparto, come sottolineano da Assopellettieri, si è rivelato il più dinamico nell'ambito dell'industria del tessile-moda-accessorio nazionale, anche se va detto che, mentre le imprese medio-grandi reggono bene l'onda d'urto delle difficoltà macroeceonomiche e delle incertezze tra i consumatori, fanno parecchia fatica le realtà piccole, specie quel 70% che non va oltre i cinque addetti.

Non sorprende quindi che Infocamere-Movimprese registri da gennaio a dicembre 2019 un saldo negativo delle pelletterie attive pari a 120 unità, tra artigianato e industria, nonché la ripresa al ricorso nella filiera pelle a strumenti di integrazione salariale, a partire dalle ore di Cig autorizzate, salite del 28%.

Tornando ai primi dieci mesi dello scorso anno, il dettaglio dei flussi per destinazione conferma il primo posto della Svizzera, con un 37,4% sul totale export e la pole position anche in termini di quantità, seguita dalla Francia (altro Paese legato, almeno in parte, al terzismo per le griffe), in progress del 15,2% e del +8,3% se si parla di volumi.

Oltre alla Francia, la Germania ha un ruolo chiave per i nostri prodotti pellettieri, anche se viene penalizzata da un -5,9% in quantità.

Gli operatori italiani hanno diretto verso i 27 partner dell'Ue il 60% delle quantità esportate, ma con un valore solo del 27%, visto che il prezzo medio nell'Unione Europea è stato di 72,60 euro al chilo, contro i 298 euro dell'extra-Ue.

Benché i mercati dell'Unione abbiano registrato una tenuta, in termini sia di chili (+0,6%) che di valore (+1,4%), si sono verificati arretramenti in Spagna, Paesi Bassi, Austria, Romania e Polonia. In territorio positivo il Regno Unito (+3% in valore e +4,3% in chili).

Passando al Nord America, da segnalare l'avanzata del Canada (+16,6% in valore e +3,3% in chili) e degli Stati Uniti (+4,9% in valore e +11,3% in quantità): un territorio, quest'ultimo, sotto osservazione per i timori che le dispute tariffarie con la Cina, recentemente attenuatesi, possano estendersi anche ai commerci con l'Ue.

Ancora in difficoltà la Russia: dopo il parziale recupero del biennio 2016/2017 e la brusca frenata del 2018, i primi dieci mesi del 2019 hanno confermato che l'uscita dal tunnel non è così vicina. Si parla infatti di un -16,3% in valore e di un -21,8% a livello di chilogrammi. In frenata anche Ucraina (-8,5% in valore) e Kazakistan (-7,3%).

Chiaroscurale la situazione nel Far East, con un +4,1% in valore e un -3,2% nei chili. Bene la Corea del Sud (+19% in valore e +12% in volume), ormai quarto mercato di sbocco, e il Giappone (+11,2% in valore e +4,4% in chili), malissimo invece Hong Kong (-14,4% in valore e -26% in chili).

In crescita dell'11% in valore e del 5,3% in quantità la Cina continentale. Se si considerano quest'area e Hong Kong insieme, si confermano il secondo mercato dell'export di pelletteria italiana, malgrado il -4,2% in valore rispetto al gennaio-ottobre 2018.

Bisognerà ora vedere quale sarà l'impatto del coronavirus sul nostro business in questa parte del mondo.

Per concludere la panoramica sull'Estremo Oriente, si nota che la Thailandia, grazie a incrementi nell'ordine del +10% si è affacciata alla top 25 dei mercati di sbocco. Crollo del 30% a Singapore.

In Medio Oriente, malgrado i segni positivi che arrivano dagli Emirati (principali clienti nella zona per la pelletteria made in Italy), la situazione è stagnante: -1,1% in valore e +1,1% in chili.

Le esportazioni per materiale premiano il made in Italy in valore (+21,7% per gli articoli in pelle, che coprono i tre quarti dell'export nazionale), ma con un -5,2% in quantità. Scendono borse (-4,8%) e piccola pelletteria (-5,8%), a tutto favore dei prodotti non in pelle (+6,4% sempre in quantità, con un +10,5% delle borse).

L'import è stabile nelle quantità (+0,7%) e in aumento del 5% in valore, con un prezzo medio al chilo di 22,6 euro (+4,3%), oltre sette volte inferiore rispetto a quello dell'export (162,24 euro).

Si riducono del 7,6% i chili di prodotti in pelle importati, mentre quelli in altri materiali sono in rialzo del 25, ma con un +23,5% per le borse.

Il primo fornitore dell'Italia è la Cina: con una quota superiore al 60% sul totale dal punto di vista della quantità, cresce del 6,6% in quantità e del 4,2% in valore. I prezzi medi degli articoli provenienti dal Paese del Dragone si attestano a 10,06 euro al chilo, mentre per il Vietnam (+22% in chili e +39% in valore) si sfiorano gli 8 euro.

Nei primi dieci mesi del 2019 il saldo commerciale si è irrobustito (+39%), raggiungendo 5,8 miliardi di euro e oltrepassando l'attivo dell'intero 2018 (5,05 miliardi).

Dal mercato interno nessuna buona notizia, visto che nel 2019, secondo le rilevazioni di Sita Ricerca, gli acquisti di pelletteria delle famiglie italiane hanno registrato una contrazione del 2,6% in quantità e dell'1,7% in spesa.

L'ultimo trimestre dell'anno non dà soddisfazioni, con un -5,6% in volume e -3,6% in valore per le borse (che coprono la metà della spesa complessiva), delle cinture (-5,5% nel numero di pezzi e -3,8% in valore) e dei portafogli (-2,1%). A recuperare terreno sono zaini, valigie e trolley (nella foto, una borsa di Max Mara per l'estate 2020).

a.b.
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