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Silvia Zucconi (Nomisma): «Bisogna investire su gestione dell'incertezza, digitale e sostenibilità»

The Age of New Visions è stato stamattina il tema del primo di tre incontri virtuali, organizzati da UniCredit in collaborazione con Pitti Immagine, Camera Moda, Altaroma e Nomisma, che ha fotografato in uno studio i comparti moda e lusso alle prese con l'emergenza Covid.

Come portavoce di Nomisma, che ha lavorato in tandem con Istat, è intervenuta Silvia Zucconi, responsabile business market intelligence, che ha esordito con un dato significativo: «Se prima della pandemia lo smart working in Italia riguardava circa 500mila persone, ora questa cifra si è decuplicata».

Un indicatore di come la società e le abitudini in pochi mesi siano radicalmente cambiate, con evidenti ripercussioni su moda e lusso: settori che in Italia sono sinonimo di oltre 338mila imprese attive, più di un milione di addetti e di un valore della produzione che tra il 2018 e il 2019 ha sfiorato i 133 miliardi di euro, mentre l'export si è attestato a 71 miliardi (15,6% sul totale delle esportazioni nazionali).

I dati confermano, se ce ne fosse bisogno, l'impatto dirompente del Covid: nel mese di aprile, il più drammatico del primo lockdown, le vendite al dettaglio di abbigliamento e pelletteria sono precipitate dell'83%. Da gennaio a giugno, inoltre, le esportazioni settoriali sono calate del 28,2%.

Se si considerano i primi nove mesi, le aziende monitorate da Nomisma hanno visto sfumare il 35% del fatturato, con la prospettiva di un -31% tra ottobre e novembre. Per otto su dieci sarà negativo l'effetto prodotto sul livello di attività e il 77% teme per gli effetti a livello di operatività e sostenibilità economica aziendale. Per il 74% un tasto dolente sarà la liquidità e il 58% avverte un serio rischio sul fronte della concorrenza e della pressione sui prezzi.

«Gli imprenditori - ha sintetizzato Silvia Zucconi - non pensano che nei prossimi 12-18 mesi ci sarà un'inversione di tendenza e si aspettano una variazione media dei ricavi pari al -13%».

La sospensione dell'attività lavorativa secondo i criteri abituali e la chiusura dei tradizionali canali distributivi sono state in questi mesi le principali criticità, indicate rispettivamente dal 77% e dal 44% del campione. Un'impresa su quattro ha poi indicato tra i fattori penalizzanti la sospensione delle fiere.

Un quadro che fa tremare i polsi, ma come nel famoso detto cinese la crisi è solo una faccia della medaglia, l'altra è l'opportunità. Tra i punti di forza che hanno contribuito alla resilienza del comparto in un periodo da molti paragonato a una guerra spicca, per il 37% degli interpellati da Nomisma, il "marchio" made in Italy, seguito dall'alta motivazione interna dei dipendenti (32%).

«La presenza sul canale digitale - ha osservato Zucconi - ha avvantaggiato il 26% delle imprese e una percentuale di poco inferiore, il 24%, ha citato come asset le fasi produttive completamente o principalmente concentrate nel nostro Paese».

Se digitalizzazione, nel rapporto con la clientela ma anche nei processi interni, è una delle parole chiave del 2020, «non c'è dubbio che vada di pari passo con sostenibilità. Un consumatore su due nei prossimi mesi sarà interessato a prodotti sostenibili, aggettivo che implica non soltanto la trasparenza, ma anche la durevolezza dei prodotti. Gli imprenditori devono ripensare il proprio modello di business, in termini sia sostanziali che di comunicazione, per rispondere a questo imminente cambiamento».

Durante il Forum - coordinato da Cristiano Seganfreddo, presidente ed editore di Flash Art - si sono susseguite le testimonianze di numerosi altri relatori, che hanno parlato sia singolarmente, sia in un panel: Francesco Giordano (co-ceo Commercial Banking Western Europe di UniCredit), Carlo Capasa (presidente di Camera Moda), Tommaso Sacchi (assessore alla Cultura del Comune di Firenze), Antonella Mansi e Raffaello Napoleone (rispettivamente vice presidente e a.d. di Pitti Immagine), Maria Luisa Frisa (critico, fashion curator e direttore del corso di laurea in Design della Moda e Arti Multimediali dello Iuav di Venezia), Livia Firth (produttrice cinematografica e fondatrice dei Green Carpet Fashion Awards), Claudio Marenzi (presidente e a.d. di Herno), Roberta Benaglia (a.d. di Style Capital) e Matteo Lunelli (presidente di Altagamma).

Fra le priorità emerse quella di fare sistema, come ha ribadito Capasa, che ha sottolineato quanto ora sia importante che i big brand aiutino le piccole realtà e gli artigiani, vitali per il made in Italy ma che rischiano di non farcela.

Raffaello Napoleone ha invece insistito sull'integrazione tra fisico e digitale, «che devono diventare strumentali l'uno per l'altro». «Anche in questa fase la moda - ha aggiunto - ha dimostrato più capacità di reazione e adattamento ai nuovi paradigmi rispetto ad altri settori. Del resto, da sempre è abituata a gestire una filiera lunga, dalla pecora al negozio, sfornando prodotti precisi e ben fatti. Le sfide del futuro si chiamano intelligenza artificiale, realtà virtuale, cloud, ma anche una grande innovazione sui materiali».

Se questo primo appuntamento si è collocato a Firenze, le altre due tappe di The Age of New Visions toccheranno Milano il 24 novembre e Roma il primo dicembre.

 


a.b.
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