Imran Amed respinge le accuse

Business of Fashion nella bufera: davvero favorisce Farfetch?

Era il 2007 quando Imran Amed (nella foto), partendo da un blog lanciato nel suo appartamento di Notting Hill a Londra, dava il via a una storia di successo nell'informazione moda internazionale: Business of Fashion, alias BoF, che da rassegna stampa si è rapidamente trasformato in un notiziario critico, indipendente e ricco di scoop, sostenuto finanziariamente da giganti come il Financial Times e Lvmh, forte di 600mila abbonati e con 55mila membri che pagano quasi 400 sterline l'anno, senza contare i 600 corporate partner.

Ma da qualche tempo a questa parte qualche nube offusca la stella di Amed: in un articolo che sta suscitando scalpore, The Sunday Times sottolinea come nel 2019 BoF abbia registrato una perdita di 5,6 milioni di sterline a fronte di ricavi pari a 12 milioni, mentre nel 2018 il rosso era di 1,8 milioni e il fatturato di 9,7 milioni. Sempre l'anno scorso le spese operative hanno fatto un balzo del 64%.

Una situazione che, secondo alcuni insider, metterebbe a dura prova l'indipendenza di cui BoF si è sempre fregiato: vista la situazione finanziaria, la pressione sui contenuti da parte degli investitori si sarebbe fatta sempre più forte, mettendo alle strette Amed e il suo staff di 100 persone tra Londra, New York, Parigi e Shanghai.

In particolare, a parte Lvmh, tra gli azionisti di BoF figurano Felix Capital e Index Ventures, entrambi strettamente legati a Farfetch. Index è stato uno dei primi investitori nell'e-tailer, di cui detiene tuttora il 9,6%, mentre Felix Capital è guidato da Frederic Court: quest'ultimo - a sua volta tra i primi a credere nella piattaforma di José Neves, di cui possiede l'8,3% - fa parte del board di BoF, come anche Jon Kamaluddin, già international director di Asos e membro del cda di Farfetch.

Un analista di Wall Street citato dal Sunday Times ha accusato la piattaforma di Amed di pubblicare articoli a favore di Farfetch, soprattutto prima della sua quotazione alla Borsa di New York nel 2018, screditando competitor come Yoox-Net-a-Porter (Ynap).

L'analista non usa mezzi termini: «Alla vigilia dell'Ipo - dice - Bof è stato usato come strumento di marketing da Farfetch in modo direi scandaloso: il fatto che scrivesse quanto questo marketplace fosse valido (sminuendo al contempo Ynap) sembrava proprio che volesse spingere in alto la valutazione, che infatti saliva a 3 miliardi di dollari, poi a 4 e successivamente a 5».

Un altro analista, Flavio Cereda di Jefferies, afferma sempre sul Sunday Times che il conflitto d'interesse esiste e sfocia in contenuti borderline.

Va detto, tuttavia, che Felix, il Financial Times, Index e Lvmh sono investitori di minoranza di una compagine azionaria molto frammentata, di cui il team di BoF ha la maggioranza.

E va anche ricordato che qualche stoccata a Farfetch Imran Amed l'ha data, per esempio in un articolo del maggio 2019, senza contare l'analisi di Luca Solca di Bernstein, pubblicata tre mesi dopo e intitolata A cloudy picture at Farfetch.

Intanto il fondatore di BoF, che si è sempre proclamato paladino di un'informazione etica e libera (e che in quanto tale distingue con chiarezza gli sponsored content, mai scritti dai giornalisti), passa al contrattacco.

«Siamo orgogliosi del nostro modo di fare giornalismo, che ci ha portato diversi premi - si legge in una nota -. Crediamo che la qualità e l'indipendenza di cui siamo strenui difensori parlino da sole. Il nostro approccio è basarci sui fatti e sostenere le tesi attraverso dati, analisi e opinioni di esperti».






A cura della redazione
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