in 5 anni potrebbe chiudere il 25% delle strutture

La pandemia sta accelerando il tramonto dei mall Usa

A non molto tempo dalla notizia che il Mall of America (nella foto), il più grande degli Usa, non aveva pagato le rate di aprile e maggio di un prestito ipotecario di 1,4 miliardi di dollari, sulla stampa d'oltreoceano torna alla ribalta la crisi di questo format commerciale, che secondo gli esperti starebbe andando incontro a una drastica cura dimagrante: come si legge sul New York Times, Deborah Weinswig (fondatrice di Coresight Research, società di consulenza e analisi sui settori del retail e della tecnologia) prevede che entro cinque anni un quarto dei 1.200 mall statunitensi sarà a serio rischio chiusura.

Il mall americano standard, con ampi parcheggi, ascensori, aria condizionata e profumi di biscotti e fragranze che si mescolano tra di loro, sottolinea il New York Times, ha costruito il proprio successo intorno ai department store, che come è noto sono in crisi: basti guardare i casi di Neiman Marcus e J.C. Penney.

Il quotidiano calcola che circa il 30% della superficie dei mall Usa è stato finora occupato dai department store, ma a proposito di J.C. Penney si sa per esempio che entro l'estate chiuderà 250 punti vendita, molti dei quali nei mall.

Mall dove, tra l'altro, la gente non sta rientrando volentieri dopo il lockdown, anche per paura di contagiarsi. Già prima era in aumento la percentuale di coloro che preferivano l'online.

L'andamento è tuttavia diversificato a seconda del target e delle location: se la cavano meglio quelli in aree abitate da ceti abbienti, con negozi di alto livello e ristoranti, mentre altri, troppo dispersivi o meno appealing, vengono penalizzati. Già a febbraio Macy's, che possiede anche il brand Bloomingdale's, ha annunciato l'intenzione di dismettere 125 negozi nei cosiddetti "lower tier mall" entro i prossimi tre anni.

Secondo CoStar Group, data provider per l'industria del real estate, una percentuale ancora considerevole (l'84%) dei 1.174 mall negli States resta comunque in salute, ma nel 2006 si parlava della quasi totalità, ossia del 94%.

A cura della redazione
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