inaugurazione a fiera milano rho

Imprenditori e istituzioni a Milano Unica: «Bisogna fare sistema tra monte e valle della filiera»

«Con questa edizione, finalmente in presenza, stiamo dando un messaggio di fiducia all'intero comparto, recuperando quei rapporti umani che sono così importanti per il business e lo sviluppo di collezioni mirate sulle esigenze del mercato»: così ha esordito Alessandro Barberis Canonico, presidente di Milano Unica, durante la conferenza inaugurale della manifestazione, che si svolge oggi 6 luglio e domani a Fiera Milano Rho, dopo lunghi mesi di stop agli eventi fisici.

Barberis Canonico, pur nella consapevolezza che al salone mancheranno tanti compratori stranieri, si è detto fiducioso: «Prima della pandemia - ha affermato - il 60% dei buyer proveniva da oltreconfine. Ma le difficoltà nei viaggi, soprattutto da Cina, Usa e Gran Bretagna, non hanno scoraggiato i nostri espositori, che stanno dando un importante segnale di unità e partecipazione».

Milano Unica ha comunque pensato anche a chi è rimasto a casa, con il marketplace digitale e-MilanoUnica Connect: realizzato insieme a Pitti Immagine e con il sostegno di Agenzia Ice, aprirà i battenti l'8 luglio, offrendo alle aziende espositrici una showroom virtuale con livelli di accessibilità differenziati.

Dopo l'intervento di Luca Palermo, ceo di Fiera Milano - che non ha nascosto l'emozione di riaprire il centro fieristico dopo 16 mesi di quasi ininterrotta chiusura -, la parola è passata a Claudia D'Arpizio, partner di Bain&Company, per guardare oltre il tessile in sé.

«Le notizie provenienti dal mercato sono positive - ha sottolineato -. Si torna a comprare moda in tutti i segmenti, anche se tra la crescita del lusso e quella del fast fashion resta un po' sacrificato il premium, meno esposto sui mercati in crescita, vittima della polarizzazione dei consumi e legato sostanzialmente al wholesale, che sta ancora soffrendo».

D'Arpizio ha elencato alcune leve della nuova normalità, a partire dalla Cina dove si concentra un 30% del business moda (ma si arriverà al 50%) e che non riprenderà tanto presto a viaggiare, per cui soffriranno i marchi che non hanno strutturato la propria presenza in loco.

Il digitale come lo conoscevamo prima della pandemia non esisterà più, perché con i consumatori locali questo canale ha funzionato e funzionerà solo se valorizzato da strategie mirate di clienteling e Crm.

La partner di Bain & Company si è soffermata anche sugli Stati Uniti, «che grazie ai sussidi alla middle class e a miliardi di dollari immessi in liquidità si affaccia ai nuovi Roaring Twenties, un ciclo di ripresa che potrebbe durare dai tre ai cinque anni, nonostante permanga la debolezza dei department store».

Nell'ultima parte del suo intervento D'Arpizio ha elencato altri fattori di cambiamento: dal fenomeno second hand e rental alla necessità del canale fisico di reinventarsi, sfruttando il proprio patrimonio di human touch, fino alla rimonta del formale dal punto di vista stilistico, mentre il casual contaminato da active e street continuerà a costituire un megatrend.

«Si parla tanto del ruolo della Gen Z ed è giusto - ha precisato - ma un aspetto interessante è che oggi diverse generazioni comprano gli stessi brand». Tornando alla Cina, «non va sottovalutato il fatto che, se prima il made in China era tabù tra gli acquirenti del lusso, ora il vento è cambiato e questo mescola le carte della competizione».

«Il tessile - ha concluso - deve puntare su alcuni asset partendo dall'agilità e dalla capacità lavorare anche su piccoli lotti, e passando per la digitalizzazione. Fondamentale la sostenibilità: i fondi non investono più in aziende che inquinano e che tra cinque anni potrebbero non essere rivendibili. Infine fare sistema, in modo che le idee innovative e le nuove modalità di business possano nascere e crescere».

Carlo Capasa, presidente di Cnmi, ha puntualizzato che nel 2020 il sistema moda ha ceduto il 24% dei ricavi, ma che conta di recuperare un 17% quest'anno. Si è poi riallacciato alle considerazioni di Claudia D'Arpizio, insistendo sulla centralità di sostenibilità e digitalizzazione, anche attraverso un piano di investimenti richiesti da Camera Moda al governo per le aziende e i distretti.

«E poi basta steccati tra di noi - ha esortato Capasa -. Italia e Francia dovrebbero lavorare insieme, mentre le barriere vanno messe ai Paesi che non sanno cosa siano sostenibilità ed eccellenza. Alla voce comuninazione l'Italian style può fare di più per raccontarsi e non dimentichiamo il ruolo della blockchain, per battere fenomeni come la contraffazione, che ci costa circa 90mila posti di lavoro l'anno».

«In genere quando si parla di "big" si pensa alle grandi realtà - è intervenuto Marino Vago, presidente di Smi - ma big sono anche i tanti produttori che tutti i giorni fanno il vero made in Italy. Siamo noi che, per così dire, pieghiamo il ferro e che ci troviamo a un punto in cui dobbiamo ragionare da partner, condividendo strategie e risultati. La metà della bilancia dei pagamenti è appannaggio del tessile-abbigliamento, che non chiede ristori ma investimenti».

Renzo Rosso, fresco di nomina a delegato di Confindustria per Eccellenza, Bellezza e Gusto dei marchi italiani, ha definito «fantastico» il momento che stiamo vivendo, prevedendo che Milano diventerà la capitale d'Europa, «anche grazie a Beppe Sala». Parole di sostegno anche per Mario Draghi: «Finalmente abbiamo un primo ministro, ossia la serietà e la dignità per affrontare l'Europa e il mondo».

Anche secondo il patron di Otb è ora di lavorare tutti insieme, chi fa già parte di associazioni ma anche chi ne è ancora fuori, facendo massa critica nel confronto sia con il governo che con Bruxelles e affrontando i mercati, anche extraeuropei, in modo coeso. Tra questi la Cina, «dove ci sono 160 milioni di turisti che ora non viaggiano più, ma che vogliono comprare in loco».

Una delle priorità per Rosso è investire nella tecnologia, «realizzando le collezioni in 3D, il che fa bene anche all'ambiente, e puntando sulla multicanalità con piattaforme sofisticate».

Di pari passo la già citata sostenibilità, «che è ormai uno state of mind, ben oltre un semplice tessuto riciclato, e comprende la responsabilità sociale. Senza produzione sostenibile siamo fuori mercato: io stesso pensavo di essere best in class e invece, scandagliando la mia filiera, mi sono reso conto che dovevo impegnarmi di più».

«Essere il Paese della Dolce Vita è un buon punto di partenza - ha concluso - ma non basta. Per esempio, mi sta capitando di scoprire aziende eccezionali, che nessuno conosce e che vanno valorizzate». 

Battute finali con Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo Economico. «Oltre 50mila persone lavorano in questo settore, che fattura più di 80 miliardi di euro e nel 2020 ha contribuito alla bilancia commerciale per 17 miliardi - ha fatto notare -. Il brand Italia funziona in tutto il mondo ma deve modernizzarsi, sviluppare il digitale, incentivare l'economia circolare e investire in formazione. Il saper fare manuale va riabilitato, anche come status sociale. E chi ha spirito imprenditoriale non può essere lasciato indietro: noi ci siamo, in una fase di grandi cambiamenti in cui ci saranno operatori che usciranno dal mercato». 





a.b.
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