Le scarpe italiane in vetrina a Mosca, nonostante la guerra

Calzaturiero nella bufera per la partecipazione di 48 aziende a Obuv’ Mir Koži

Ha suscitato non poche polemiche la decisione di BolognaFiere, organizzatrice dell’evento con il supporto di Assocalzaturifici, di scortare le aziende italiane in Russia in occasione della nuova edizione di Obuv’ Mir Koži, nonostante il conflitto che imperversa in Ucraina e le sanzioni.

La manifestazione, che dal 1997 si tiene due volte l’anno a Mosca, è stata posticipata di un mese rispetto all’appuntamento di marzo, nella speranza di un conflitto lampo, ma alla fine gli imprenditori hanno deciso di partire, bypassando le difficoltà di raggiungere la destinazione - passando da Dubai oppure dalla Turchia - e di ottenere i pagamenti, visti i blocchi bancari.

Una scelta che ha diviso l'opinione pubblica tra chi sostiene il fronte delle imprese, già messe in ginocchio dalla crisi pandemica, volate all’Expocentre per esporre i loro prodotti nel Paese artefice dell'invasione, e chi invece la ritiene una mossa non opportuna.

BolognaFiere ha risposto alle critiche asserendo che l’iniziativa fieristica non rientra nelle sanzioni decise dall’Unione Europea, che vietano l’esportazione in Russia di prodotti di lusso di valore superiore a 300 euro se destinati direttamente, o anche tramite un Paese terzo, mentre i calzaturieri italiani presenti hanno proposto scarpe vendute a prezzi inferiori a questa cifra.

«Abbiamo deciso di onorare i contratti che sono pluriennali e prevedono penali nel caso non vengano rispettati - ha spiegato a Repubblica il direttore generale, Antonio Bruzzone -. Le imprese hanno premuto per andare ugualmente, ma non ci sembra per questo di minare il fronte anti-russo».

Anche la Regione Marche ha scelto di sostenere le 28 realtà in trasferta a Mosca: «Il settore calzaturiero è il fiore all’occhiello della nostra economia regionale ed è per questo che, in quanto istituzione, continueremo a sostenere i nostri imprenditori nel rispetto di tutte le normative vigenti nell’ambito delle regole e degli impegni - ha commentato l’assessore alle attività produttive, Mirco Carloni -. La Regione Marche condanna la guerra in tutte le sue forme e continuerà ad aiutare i profughi ucraini come fatto finora ma, vista la situazione così delicata, non si volterà dall’altra parte lasciando sole le aziende».

Resta il fatto che, dopo la batosta del Covid e ora con la guerra, per le imprese calzaturiere molto esposte in Russia recuperare le perdite è questione di sopravvivenza e trovare altri sbocchi commerciali non è certo immediato.

Secondo gli ultimi dati disponibili elaborati dal Centro Studi Confindustria Moda su dati Istat, nei primi sei mesi del 2021 l’export di calzature verso i mercati dell’area Csi ha registrato 2.724.463 paia, di cui 2.052.209 verso la Russia.

Il Paese guidato da Putin è, oggi, il nono mercato in termini di valore e il decimo in volume nella graduatoria delle nazioni di destinazione nel periodo gennaio-giugno 2021.

Analizzando l’export verso la Russia per regione di produzione (gennaio-giugno 2021), si collocano in pole position le Marche con 40,50 milioni di fatturato, seguite dalla Lombardia con 23,58 milioni di euro, il Veneto con 20,07 milioni, l’Emilia-Romagna con 18,86 milioni e la Toscana con 12,59 milioni. A seguire, nell’ordine, Piemonte, Umbria, Campania, Puglia, Lazio e altre, con fatturati inferiori ai 10 milioni di euro.

a.t.
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